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21 Apr 2018 21:10 - Valter Sosio

Comunità Pastorale - Avvisi del 22 aprile

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19 Apr 2018 19:47 - Comunità Pastorale

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 55ª GIORNATA MONDIALE
DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI

Ascoltare, [ ... ]

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26 Mar 2018 16:45 - Renato Gozzi

CROSIO DELLA VALLE – PARROCCHIA S. APOLLINARE

 

APRILE 2018

31 marzo, sabato santo – ore [ ... ]

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23 Mar 2018 22:07 - Valter Sosio

Comunità Pastorale -  Avvisi del 25 marzo domenica delle Palme

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22 Mar 2018 23:05 - Valter Sosio
Modulo Iscrizione vacanza estiva

 

In allegato il modulo d'iscrizione alla vacanza estiva 2018 da riportare a don Valter o agli [ ... ]

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20 Mar 2018 21:24 - Renato Gozzi

A cura di don Carlo Colombo

Felicità e infelicità ***

Tenendo presente che è difficile pensare [ ... ]

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MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA 55ª GIORNATA MONDIALE DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA 55ª GIORNATA MONDIALE
DI PREGHIERA PER LE VOCAZIONI

Ascoltare, discernere, vivere la chiamata del Signore

Cari fratelli e sorelle

nell’ottobre prossimo si svolgerà la XV Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che sarà dedicata ai giovani, in particolare al rapporto tra giovani, fede e vocazione. In quell’occasione avremo modo di approfondire come, al centro della nostra vita, ci sia la chiamata alla gioia che Dio ci rivolge e come questo sia «il progetto di Dio per gli uomini e le donne di ogni tempo» (Sinodo dei Vescovi, XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, Introduzione).

Si tratta di una buona notizia che ci viene riannunciata con forza dalla 55ª Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni: non siamo immersi nel caso, né trascinati da una serie di eventi disordinati, ma, al contrario, la nostra vita e la nostra presenza nel mondo sono frutto di una vocazione divina!

Anche in questi nostri tempi inquieti, il Mistero dell’Incarnazione ci ricorda che Dio sempre ci viene incontro ed è il Dio-con-noi, che passa lungo le strade talvolta polverose della nostra vita e, cogliendo la nostra struggente nostalgia di amore e di felicità, ci chiama alla gioia. Nella diversità e nella specificità di ogni vocazione, personale ed ecclesiale, si tratta di ascoltare, discernere vivere questa Parola che ci chiama dall’alto e che, mentre ci permette di far fruttare i nostri talenti, ci rende anche strumenti di salvezza nel mondo e ci orienta alla pienezza della felicità.

Questi tre aspetti – ascolto, discernimento e vita – fanno anche da cornice all’inizio della missione di Gesù, il quale, dopo i giorni di preghiera e di lotta nel deserto, visita la sua sinagoga di Nazareth, e qui si mette in ascolto della Parola, discerne il contenuto della missione affidatagli dal Padre e annuncia di essere venuto a realizzarla “oggi” (cfr Lc 4,16-21). 

Ascoltare

La chiamata del Signore – va detto subito – non ha l’evidenza di una delle tante cose che possiamo sentire, vedere o toccare nella nostra esperienza quotidiana. Dio viene in modo silenzioso e discreto, senza imporsi alla nostra libertà. Così può capitare che la sua voce rimanga soffocata dalle molte preoccupazioni e sollecitazioni che occupano la nostra mente e il nostro cuore. 

Occorre allora predisporsi a un ascolto profondo della sua Parola e della vita, prestare attenzione anche ai dettagli della nostra quotidianità, imparare a leggere gli eventi con gli occhi della fede, e mantenersi aperti alle sorprese dello Spirito. 

Non potremo scoprire la chiamata speciale e personale che Dio ha pensato per noi, se restiamo chiusi in noi stessi, nelle nostre abitudini e nell’apatia di chi spreca la propria vita nel cerchio ristretto del proprio io, perdendo l’opportunità di sognare in grande e di diventare protagonista di quella storia unica e originale, che Dio vuole scrivere con noi. 

Anche Gesù è stato chiamato e mandato; per questo ha avuto bisogno di raccogliersi nel silenzio, ha ascoltato e letto la Parola nella Sinagoga e, con la luce e la forza dello Spirito Santo, ne ha svelato in pienezza il significato, riferito alla sua stessa persona e alla storia del popolo di Israele. 

Quest’attitudine oggi diventa sempre più difficile, immersi come siamo in una società rumorosa, nella frenesia dell’abbondanza di stimoli e di informazioni che affollano le nostre giornate. Al chiasso esteriore, che talvolta domina le nostre città e i nostri quartieri, corrisponde spesso una dispersione e confusione interiore, che non ci permette di fermarci, di assaporare il gusto della contemplazione, di riflettere con serenità sugli eventi della nostra vita e di operare, fiduciosi nel premuroso disegno di Dio per noi, di operare un fecondo discernimento. 

Ma, come sappiamo, il Regno di Dio viene senza fare rumore e senza attirare l’attenzione (cfr Lc 17,21), ed è possibile coglierne i germi solo quando, come il profeta Elia, sappiamo entrare nelle profondità del nostro spirito, lasciando che esso si apra all’impercettibile soffio della brezza divina (cfr 1 Re 19,11-13).

Discernere

Leggendo, nella sinagoga di Nazareth, il passo del profeta Isaia, Gesù discerne il contenuto della missione per cui è stato inviato e lo presenta a coloro che attendevano il Messia: «Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi, a proclamare l’anno di grazia del Signore» (Lc 4,18-19). 

Allo stesso modo, ognuno di noi può scoprire la propria vocazione solo attraverso il discernimento spirituale, un «processo con cui la persona arriva a compiere, in dialogo con il Signore e in ascolto della voce dello Spirito, le scelte fondamentali, a partire da quella sullo stato di vita» (Sinodo dei Vescovi, XV Assemblea Generale Ordinaria, I giovani, la fede e il discernimento vocazionale, II, 2).

Scopriamo, in particolare, che la vocazione cristiana ha sempre una dimensione profetica. Come ci testimonia la Scrittura, i profeti sono inviati al popolo in situazioni di grande precarietà materiale e di crisi spirituale e morale, per rivolgere a nome di Dio parole di conversione, di speranza e di consolazione. Come un vento che solleva la polvere, il profeta disturba la falsa tranquillità della coscienza che ha dimenticato la Parola del Signore, discerne gli eventi alla luce della promessa di Dio e aiuta il popolo a scorgere segnali di aurora nelle tenebre della storia. 

Anche oggi abbiamo tanto bisogno del discernimento e della profezia; di superare le tentazioni dell’ideologia e del fatalismo e di scoprire, nella relazione con il Signore, i luoghi, gli strumenti e le situazioni attraverso cui Egli ci chiama. Ogni cristiano dovrebbe poter sviluppare la capacità di “leggere dentro” la vita e di cogliere dove e a che cosa il Signore lo sta chiamando per essere continuatore della sua missione. 

Vivere

Infine, Gesù annuncia la novità dell’ora presente, che entusiasmerà molti e irrigidirà altri: il tempo è compiuto ed è Lui il Messia annunciato da Isaia, unto per liberare i prigionieri, ridare la vista ai ciechi e proclamare l’amore misericordioso di Dio ad ogni creatura. Proprio «oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,20), afferma Gesù. 

La gioia del Vangelo, che ci apre all’incontro con Dio e con i fratelli, non può attendere le nostre lentezze e pigrizie; non ci tocca se restiamo affacciati alla finestra, con la scusa di aspettare sempre un tempo propizio; né si compie per noi se non ci assumiamo oggi stesso il rischio di una scelta. La vocazione è oggi! La missione cristiana è per il presente! E ciascuno di noi è chiamato – alla vita laicale nel matrimonio, a quella sacerdotale nel ministero ordinato, o a quella di speciale consacrazione – per diventare testimone del Signore, qui e ora. 

Questo “oggi” proclamato da Gesù, infatti, ci assicura che Dio continua a “scendere” per salvare questa nostra umanità e farci partecipi della sua missione. Il Signore chiama ancora a vivere con Lui e andare dietro a Lui in una relazione di speciale vicinanza, al suo diretto servizio. E se ci fa capire che ci chiama a consacrarci totalmente al suo Regno, non dobbiamo avere paura! È bello – ed è una grande grazia – essere interamente e per sempre consacrati a Dio e al servizio dei fratelli.

Il Signore continua oggi a chiamare a seguirlo. Non dobbiamo aspettare di essere perfetti per rispondere il nostro generoso “eccomi”, né spaventarci dei nostri limiti e dei nostri peccati, ma accogliere con cuore aperto la voce del Signore. Ascoltarla, discernere la nostra missione personale nella Chiesa e nel mondo, e infine viverla nell’oggi che Dio ci dona. 

Maria Santissima, la giovane fanciulla di periferia, che ha ascoltato, accolto e vissuto la Parola di Dio fatta carne, ci custodisca e ci accompagni sempre nel nostro cammino.

Dal Vaticano, 3 dicembre 2017

Prima Domenica di Avvento

Franciscus

Fonte: vatican.va

Dal “DISCORSO DEL SANTO PADRE ALL’INCONTRO CON SACERDOTI, RELIGIOSI E RELIGIOSE, CONSACRATI E SEMINARISTI”. Cattedrale di Santiago del Cile - martedì, 16 gennaio 2018

VIAGGIO APOSTOLICO DI SUA SANTITÀ FRANCESCO IN CILE E PERÙ (15-22 GENNAIO 2018)

Dal “DISCORSO DEL SANTO PADRE ALL’INCONTRO CON SACERDOTI, RELIGIOSI E RELIGIOSE, CONSACRATI E SEMINARISTI”.

Cattedrale di Santiago del Cile - martedì, 16 gennaio 2018

1. Pietro abbattuto e la comunità abbattuta

Mi è sempre piaciuto lo stile dei Vangeli di non decorare né addolcire gli avvenimenti, e nemmeno di dipingerli belli. Ci presentano la vita com’è e non come dovrebbe essere. Il Vangelo non ha paura di mostrarci i momenti difficili, e perfino conflittuali, che i discepoli hanno attraversato.

Ricomponiamo la scena. Avevano ucciso Gesù; alcune donne dicevano che era vivo (cfr Lc 24,22-24). Anche se avevano visto Gesù risorto, l’evento era talmente forte che i discepoli avevano bisogno di tempo per comprendere l’accaduto. Luca dice: “Era così grande la gioia che non potevano crederci”. Avevano bisogno di tempo per comprendere quello che era successo. Comprensione che arriverà a Pentecoste, con l’invio dello Spirito Santo. L’irruzione del Risorto prenderà tempo per calare nel cuore dei suoi.

I discepoli ritornano alla loro terra. Vanno a fare quello che sapevano fare: pescare. Non c’erano tutti, solo alcuni. Divisi? Frammentati? Non lo sappiamo. Quello che ci dice la Scrittura è che quelli che c’erano non hanno pescato niente. Hanno le reti vuote.

Ma c’era un altro vuoto che pesava inconsciamente su di loro: lo smarrimento e il turbamento per la morte del loro Maestro. Non c’è più, è stato crocifisso. Non solo Lui era stato crocifisso, ma anche loro, perché la morte di Gesù aveva messo in evidenza un vortice di conflitti nel cuore dei suoi amici. Pietro lo aveva rinnegato, Giuda lo aveva tradito, gli altri erano fuggiti o si erano nascosti. Solo un pugno di donne e il discepolo amato erano rimasti. Il resto, se n’era andato. Questione di giorni, e tutto era crollato. Sono le ore dello smarrimento e del turbamento nella vita del discepolo. Nei momenti «in cui il polverone delle persecuzioni, delle tribolazioni, dei dubbi e così via, si alza per avvenimenti culturali e storici, non è facile trovare la strada da seguire. Esistono varie tentazioni che caratterizzano questo momento: discutere di idee, non dare la dovuta attenzione al fatto, fissarsi troppo sui persecutori… e credo che la peggiore di tutte le tentazioni è fermarsi a ruminare la desolazione». 1 Sì, stare a ruminare la desolazione. Questo è quello che è successo ai discepoli. […]

Le nostre società stanno cambiando. […] Stanno nascendo nuove e varie forme culturali che non si adattano ai contorni conosciuti. E dobbiamo riconoscere che, tante volte, non sappiamo come inserirci in queste nuove situazioni. Spesso sogniamo le “cipolle d’Egitto” e ci dimentichiamo che la terra promessa sta davanti, e non dietro. Che la promessa è di ieri, ma per domani. E allora possiamo cadere nella tentazione di chiuderci e isolarci per difendere le nostre posizioni che finiscono per essere nient’altro che bei monologhi. Possiamo essere tentati di pensare che tutto va male, e invece di professare una “buona novella”, ciò che professiamo è solo apatia e disillusione. Così chiudiamo gli occhi davanti alle sfide pastorali credendo che lo Spirito non abbia nulla da dire. Così ci dimentichiamo che il Vangelo è un cammino di conversione, ma non solo “degli altri”, ma anche nostra.

Ci piaccia o no, siamo invitati ad affrontare la realtà così come ci si presenta. La realtà personale, comunitaria e sociale. Le reti – dicono i discepoli – sono vuote, e possiamo comprendere i sentimenti che questo genera. Tornano a casa senza grandi avventure da raccontare; tornano a casa a mani vuote; tornano a casa abbattuti.

Cosa è rimasto di quei discepoli forti, coraggiosi, vivaci, che si sentivano scelti e avevano lasciato tutto per seguire Gesù (cfr Mc 1,16-20)? Cosa è rimasto di quei discepoli sicuri di sé, che sarebbero andati in prigione e avrebbero dato persino la vita per il loro Maestro (cfr Lc 22,33), che per difenderlo volevano scagliare il fuoco sulla terra (cfr Lc 9,54); che per Lui avrebbero sguainato la spada e dato battaglia (cfr Lc 22,49-51)? Cosa è rimasto del Pietro che rimproverava il suo Maestro su come avrebbe dovuto condurre la propria vita (cfr Mc 8,31-33), il suo programma di redenzione? La desolazione.

2. Pietro perdonato – la comunità perdonata

È l’ora della verità nella vita della prima comunità. È l’ora in cui Pietro si confrontò con parte di sé stesso. Con la parte della sua verità che molte volte non voleva vedere. Fece l’esperienza del suo limite, della sua fragilità, del suo essere peccatore. Pietro l’istintivo, l’impulsivo capo e salvatore, con una buona dose di autosufficienza e un eccesso di fiducia in sé stesso e nelle sue possibilità, dovette sottomettersi alla propria debolezza e al proprio peccato. Lui era tanto peccatore quanto gli altri, era tanto bisognoso quanto gli altri, era tanto fragile quanto gli altri. Pietro deluse Colui al quale aveva giurato protezione. Un’ora cruciale nella vita di Pietro.

Come discepoli, come Chiesa, ci può accadere lo stesso: ci sono momenti in cui ci confrontiamo non con le nostre glorie, ma con la nostra debolezza. Ore cruciali nella vita dei discepoli, ma quella è anche l’ora in cui nasce l’apostolo. Lasciamoci guidare dal testo.

«Quand’ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”» (Gv 21,15).

Dopo mangiato, Gesù invita Pietro a fare due passi e l’unica parola è una domanda, una domanda di amore: Mi ami? Gesù non usa né il rimprovero né la condanna. L’unica cosa che vuole fare è salvare Pietro. Lo vuole salvare dal pericolo di restare rinchiuso nel suo peccato, di restare a “masticare” la desolazione frutto del suo limite; salvarlo dal pericolo di venir meno, a causa dei suoi limiti, a tutto il bene che aveva vissuto con Gesù. Gesù lo vuole salvare dalla chiusura e dall’isolamento. Lo vuole salvare da quell’atteggiamento distruttivo che è il vittimismo o, al contrario, dal cadere in un “tanto è tutto uguale” che finisce per annacquare qualsiasi impegno nel relativismo più dannoso. Vuole liberarlo dal considerare chiunque gli si oppone come se fosse un nemico, o dal non accettare con serenità le contraddizioni o le critiche. Vuole liberarlo dalla tristezza e specialmente dal malumore. Con quella domanda, Gesù invita Pietro ad ascoltare il proprio cuore e imparare a discernere. Perché «non era di Dio difendere la verità a costo della carità, né la carità a costo della verità, né l’equilibrio a costo di entrambe. Occorre discernere. Gesù vuole evitare che Pietro diventi un verace distruttore o un caritatevole menzognero o un perplesso paralizzato»,2 come può capitarci in queste situazioni.

Gesù interrogò Pietro sull’amore e insistette con lui finché lui poté dargli una risposta realistica: «Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene» (Gv 21,17). Così Gesù lo conferma nella missione. Così lo fa diventare definitivamente suo apostolo.

Che cosa fortifica Pietro come apostolo? Che cosa mantiene noi come apostoli? Una cosa sola: ci è stata usata misericordia (cfr 1 Tm 1,12-16). Siamo stati trattati con misericordia. «In mezzo ai nostri peccati, limiti, miserie; in mezzo alle nostre molteplici cadute, Gesù ci ha visto, si è avvicinato, ci ha dato la mano e ci ha usato misericordia. Ognuno di noi potrebbe fare memoria, ricordando tutte le volte in cui il Signore lo ha visto, lo ha guardato, si è avvicinato e gli ha usato misericordia».3 E vi invito a fare questo. Non siamo qui perché siamo migliori degli altri. Non siamo supereroi che, dall’alto, scendono a incontrarsi con i “mortali”. Piuttosto siamo inviati con la consapevolezza di essere uomini e donne perdonati. E questa è la fonte della nostra gioia. Siamo consacrati, pastori nello stile di Gesù ferito, morto e risorto. Il consacrato – e quando dico “consacrati”, dico tutti quelli che sono qui – è colui e colei che incontra nelle proprie ferite i segni della Risurrezione; che riesce a vedere nelle ferite del mondo la forza della Risurrezione; che, come Gesù, non va incontro ai fratelli con il rimprovero e la condanna.

Gesù Cristo non si presenta ai suoi senza piaghe; proprio partendo dalle sue piaghe Tommaso può confessare la fede. Siamo invitati a non dissimulare o nascondere le nostre piaghe. Una Chiesa con le piaghe è capace di comprendere le piaghe del mondo di oggi e di farle sue, patirle, accompagnarle e cercare di sanarle. Una Chiesa con le piaghe non si pone al centro, non si crede perfetta, ma pone al centro l’unico che può sanare le ferite e che ha un nome: Gesù Cristo.

La consapevolezza di avere delle piaghe ci libera; sì, ci libera dal diventare autoreferenziali, di crederci superiori. Ci libera da quella tendenza «prometeica di coloro che in definitiva fanno affidamento unicamente sulle proprie forze e si sentono superiori agli altri perché osservano determinate norme o perché sono irremovibilmente fedeli ad un certo stile cattolico proprio del passato».4

In Gesù, le nostre piaghe sono risorte. Ci rendono solidali; ci aiutano a distruggere i muri che ci imprigionano in un atteggiamento elitario per stimolarci a gettare ponti e andare incontro a tanti assetati del medesimo amore misericordioso che solo Cristo ci può offrire. «Quante volte sogniamo piani apostolici espansionistici, meticolosi e ben disegnati, tipici dei generali sconfitti! Così neghiamo la nostra storia di Chiesa, che è gloriosa in quanto storia di sacrifici, di speranza, di lotta quotidiana, di vita consumata nel servizio, di costanza nel lavoro faticoso, perché ogni lavoro è “sudore della nostra fronte”»5. Vedo con una certa preoccupazione che ci sono comunità che vivono prese dall’ansia più di figurare sul cartellone, di occupare spazi, di apparire e mostrarsi, che non di rimboccarsi le maniche e andare a toccare la realtà sofferta del nostro popolo fedele.

Come ci mette in discussione la riflessione di quel santo cileno che avvertiva: «Saranno, dunque, metodi falsi tutti quelli che vengono imposti per uniformità; tutti quelli che pretendono di orientarci a Dio facendoci dimenticare i nostri fratelli; tutti quelli che ci fanno chiudere gli occhi sull’universo, invece di insegnarci ad aprirli per elevare tutto al Creatore di ogni cosa; tutti quelli che ci rendono egoisti e ci fanno ripiegare su noi stessi»6.

Il Popolo di Dio non aspetta né ha bisogno di noi come supereroi, aspetta pastori, uomini e donne consacrati, che conoscano la compassione, che sappiano tendere una mano, che sappiano fermarsi davanti a chi è caduto e, come Gesù, aiutino ad uscire da quel giro vizioso di “masticare” la desolazione che avvelena l’anima.

3. Pietro trasfigurato – la comunità trasfigurata

Gesù invita Pietro a discernere e così iniziano a prendere forza molti avvenimenti della vita di Pietro, come il gesto profetico della lavanda dei piedi. Pietro, quello che aveva opposto resistenza a lasciarsi lavare i piedi, incominciava a capire che la vera grandezza passa per il farsi piccoli e servitori.7

Che pedagogia quella di nostro Signore! Dal gesto profetico di Gesù alla Chiesa profetica che, lavata dal proprio peccato, non ha paura di andare a servire un’umanità ferita.

Pietro ha sperimentato nella propria carne la ferita non solo del peccato, ma anche dei propri limiti e debolezze. Ma ha scoperto in Gesù che le sue ferite possono essere via di Risurrezione. Conoscere Pietro abbattuto per conoscere Pietro trasfigurato è l’invito a passare dall’essere una Chiesa di abbattuti desolati a una Chiesa servitrice di tanti abbattuti che vivono accanto a noi. Una Chiesa capace di porsi al servizio del suo Signore nell’affamato, nel carcerato, nell’assetato, nel senzatetto, nel denudato, nel malato… (cfr Mt 25,35). Un servizio che non si identifica con l’assistenzialismo o il paternalismo, ma con la conversione del cuore. Il problema non sta nel dar da mangiare al povero, vestire il denudato, assistere l’infermo, ma nel considerare che il povero, il denudato, il malato, il carcerato, il senzatetto hanno la dignità di sedersi alle nostre tavole, di sentirsi “a casa” tra noi, di sentirsi in famiglia. Quello è il segno che il Regno di Dio è in mezzo a noi. È il segno di una Chiesa che è stata ferita a causa del proprio peccato, colmata di misericordia dal suo Signore, e convertita in profetica per vocazione.

Rinnovare la profezia è rinnovare il nostro impegno di non aspettare un mondo ideale, una comunità ideale, un discepolo ideale per vivere o per evangelizzare, ma di creare le condizioni perché ogni persona abbattuta possa incontrarsi con Gesù. Non si amano le situazioni, né le comunità ideali, si amano le persone.

Il riconoscimento sincero, sofferto e orante dei nostri limiti, lungi dal separarci dal nostro Signore, ci permette di ritornare a Gesù sapendo che «Egli sempre può, con la sua novità, rinnovare la nostra vita e la nostra comunità, e anche se attraversa epoche oscure e debolezze ecclesiali, la proposta cristiana non invecchia mai. […] Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale».8 Come fa bene a tutti noi lasciare che Gesù ci rinnovi il cuore!

All’inizio di questo incontro vi dicevo che venivamo a rinnovare il nostro “sì”, con slancio, con passione. Vogliamo rinnovare il nostro “sì”, ma realistico, perché basato sullo sguardo di Gesù. Vi invito quando tornate a casa a preparare nel vostro cuore una specie di testamento spirituale, sul modello del Cardinal Raúl Silva Henríquez. Quella bella preghiera che inizia dicendo:

«La Chiesa che io amo è la Santa Chiesa di tutti i giorni… la tua, la mia, la Santa Chiesa di tutti i giorni…

…Gesù, il Vangelo, il pane, l’Eucaristia, il Corpo di Cristo umile ogni giorno. Con i volti dei poveri e i volti di uomini e donne che cantavano, che lottavano, che soffrivano. La Santa Chiesa di tutti i giorni».

Ti chiedo: Com’è la Chiesa che tu ami? Ami questa Chiesa ferita che trova vita nelle piaghe di Gesù?

(Fonte: www.vatican.va)


  1. Jorge M. Bergoglio, Las cartas de la tribulación, 9, Ed. Diego de Torres, Buenos Aires 1987.

  2. Jorge M. Bergoglio, Las cartas de la tribulación, 9, Ed. Diego de Torres, Buenos Aires 1987.

  3. Videomessaggio al CELAM in occasione del Giubileo straordinario della Misericordia nel Continente americano, 27 agosto 2016.

  4. Esort. ap. Evangelii gaudium, 94.

  5. Esort. ap. Evangelii gaudium, 96.

  6. San Alberto Hurtado, Discurso a jóvenes de la Acción Católica, 1943.

  7. Mc 9,35.

  8. Esort. ap. Evangelii gaudium, 11.

Traccia della relazione di don Peppino Maffi: "CAMMINAVANO INSIEME: LA SFIDA DELLA SINODALITA’ "

Daverio, 27 novembre 2017

CAMMINAVANO INSIEME: LA SFIDA DELLA SINODALITA’

1.Premessa

  • Per condividere l’importanza della sfida della sinodalità, per il cammino della Chiesa, ascoltiamo alcune affermazioni di Papa Francesco, tratte dal Discorso per il 50° anniversario dell’Istituzione del Sinodo dei Vescovi (17 ottobre 2015).

“Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e a servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio. Quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola “Sinodo”. Comminare insieme – Laici, Pastori, Vescovo di Roma – è un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica.”

“La sinodalità coglie una dimensione essenziale della Chiesa, intesa come popolo di Dio in cammino nella storia. Ma indica anche una sfida missionaria per il nostro tempo e quindi una forma di Chiesa per l’oggi.”

  • Che cos’è la sinodalità?

    E’ la capacità di riflettere insieme, con grande rispetto reciproco, per tentare di arrivare a un pensiero comune che doni qualità al percorso spirituale e pastorale della comunità cristiana.

2.Parola di Dio: Atti 14,4-35

4Giunti poi a Gerusalemme, furono ricevuti dalla Chiesa, dagli apostoli e dagli anziani, e riferirono quali grandi cose Dio aveva compiuto per mezzo loro. 5Ma si alzarono alcuni della setta dei farisei, che erano diventati credenti, affermando: «È necessario circonciderli e ordinare loro di osservare la legge di Mosè». 6Allora si riunirono gli apostoli e gli anziani per esaminare questo problema.

7Sorta una grande discussione, Pietro si alzò e disse loro: «Fratelli, voi sapete che, già da molto tempo, Dio in mezzo a voi ha scelto che per bocca mia le nazioni ascoltino la parola del Vangelo e vengano alla fede. 8E Dio, che conosce i cuori, ha dato testimonianza in loro favore, concedendo anche a loro lo Spirito Santo, come a noi; 9e non ha fatto alcuna discriminazione tra noi e loro, purificando i loro cuori con la fede. 10Ora dunque, perché tentate Dio, imponendo sul collo dei discepoli un giogo che né i nostri padri né noi siamo stati in grado di portare? 11Noi invece crediamo che per la grazia del Signore Gesù siamo salvati, così come loro».

12Tutta l’assemblea tacque e stettero ad ascoltare Bàrnaba e Paolo che riferivano quali grandi segni e prodigi Dio aveva compiuto tra le nazioni per mezzo loro.

13Quando essi ebbero finito di parlare, Giacomo prese la parola e disse: «Fratelli, ascoltatemi. 14Simone ha riferito come fin da principio Dio ha voluto scegliere dalle genti un popolo per il suo nome. 15Con questo si accordano le parole dei profeti, come sta scritto:

16Dopo queste cose ritornerò

e riedificherò la tenda di Davide, che era caduta;

ne riedificherò le rovine e la rialzerò,

17perché cerchino il Signore anche gli altri uomini

e tutte le genti sulle quali è stato invocato il mio nome,

dice il Signore, che fa queste cose,

18note da sempre.

19Per questo io ritengo che non si debbano importunare quelli che dalle nazioni si convertono a Dio, 20ma solo che si ordini loro di astenersi dalla contaminazione con gli idoli, dalle unioni illegittime, dagli animali soffocati e dal sangue. 21Fin dai tempi antichi, infatti, Mosè ha chi lo predica in ogni città, poiché viene letto ogni sabato nelle sinagoghe».

22Agli apostoli e agli anziani, con tutta la Chiesa, parve bene allora di scegliere alcuni di loro e di inviarli ad Antiòchia insieme a Paolo e Bàrnaba: Giuda, chiamato Barsabba, e Sila, uomini di grande autorità tra i fratelli. 23E inviarono tramite loro questo scritto: «Gli apostoli e gli anziani, vostri fratelli, ai fratelli di Antiòchia, di Siria e di Cilìcia, che provengono dai pagani, salute! 24Abbiamo saputo che alcuni di noi, ai quali non avevamo dato nessun incarico, sono venuti a turbarvi con discorsi che hanno sconvolto i vostri animi. 25Ci è parso bene perciò, tutti d’accordo, di scegliere alcune persone e inviarle a voi insieme ai nostri carissimi Bàrnaba e Paolo, 26uomini che hanno rischiato la loro vita per il nome del nostro Signore Gesù Cristo. 27Abbiamo dunque mandato Giuda e Sila, che vi riferiranno anch’essi, a voce, queste stesse cose. 28È parso bene, infatti, allo Spirito Santo e a noi, di non imporvi altro obbligo al di fuori di queste cose necessarie: 29astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati e dalle unioni illegittime. Farete cosa buona a stare lontani da queste cose. State bene!».

30Quelli allora si congedarono e scesero ad Antiòchia; riunita l’assemblea, consegnarono la lettera. 31Quando l’ebbero letta, si rallegrarono per l’incoraggiamento che infondeva. 32Giuda e Sila, essendo anch’essi profeti, con un lungo discorso incoraggiarono i fratelli e li fortificarono. 33Dopo un certo tempo i fratelli li congedarono con il saluto di pace, perché tornassero da quelli che li avevano inviati. [34] 35Paolo e Bàrnaba invece rimasero ad Antiòchia, insegnando e annunciando, insieme a molti altri, la parola del Signore.

3. Camminare insieme: intuizione e scelte conseguenti

  • Che tra noi l’intenzione sia davvero quella di camminare insieme non può essere dato per scontato, né può essere soltanto un dovere affermato con determinazione. Occorre infatti aver guadagnato la persuasione che senza sorelle e fratelli non si va da nessuna parte. Non può neppure essere ovvio attendersi comunque “franchezza” nel parlare e “umiltà” nell’ascoltare, virtù che solo l’esercizio nell’amore fraterno può insegnare.

  • Per molti autori Atti 15 è il vertice della narrazione del libro degli Atti degli apostoli. Interessante la precisazione di altri, che suggeriscono non uno ma due momenti decisivi nei primi 15 capitoli, i quali offriranno poi alla narrazione che seguirà il suo orientamento decisivo. Si tratta di Atti 10, l’incontro tra Pietro e Cornelio, e di Atti 15. Per tutti gli autori, in ogni caso, Atti 15 è un momento di snodo decisivo, capace da una parte di sancire l’uscita verso le “genti” da parte della missione cristiana, e dall’altra la loro appartenenza nel popolo di Dio.

4. Il punto del dissenso e la gestione del conflitto

  • La sorpresa è questa: Gesù ha aperto la porta della fede anche ai pagani; dunque è Padre di tutti. Questo ha letteralmente scombinato schemi e mentalità consolidate addirittura nei secoli… Il “pagano”, connotato religiosamente per l’ebraismo e per il cristianesimo nascente, è l’ “altro” per definizione; è pertanto inadatto, o addirittura indegno, a ricevere il dono e l’impegno dell’annuncio del Vangelo. Per il popolo di Israele di allora il “gentile” non è e non può essere un figlio, se non chiedendo di poter essere accolto nel percorso della fede ebraica. Nel racconto degli Atti, c’è invece la conferma che la volontà del Signore è quella di aprire a tutti la possibilità dell’Alleanza.

  • Al capitolo 16 gli apostoli e i discepoli vogliono tornare verso est, avvertendo come pericolosa la frontiera che separa l’Oriente (verso Troade) dall’Occidente (verso la Macedonia). Una serie di contrarietà e infine un sogno fanno loro comprendere che invece devono andare a Occidente, ritenendo che “Dio ci avesse chiamati ad annunciare il Vangelo” (16,10).
    Il punto è insomma sempre questo, e non riguarda solo gli ebrei cristiani di provenienza farasaica bensì anche i “discepoli missionari” di ogni tempo, fino a noi: sempre si presentano confini; sembrano frontiere. Spesso si ritiene che all’annuncio si debbano porre dei limiti; per grazia -all’inizio questo può perfino sembrare una disgrazia- sempre accade che si debba riconoscere come, al contrario, il Vangelo spinga a superare continuamente anche quello che appariva a prima vista del tutto estraneo, se non ostile, alla buona Notizia.
    La gravità della lite, scatenatasi prima ad Antiochia e poi di nuovo a Gerusalemme, è reale. Una convocazione sinodale chiede il discernimento su qualcosa che non può essere marginale.

5.Il consigliare nella Chiesa

«Il consigliare nella Chiesa non è facoltativo» (Sinodo/47°, Cost. 147 § 1). Questa affermazione molto chiara è esplicitamente dedicata al consiglio pastorale parrocchiale; può forse sorprendere e magari sembrare contraddittoria. Per definizione, un consiglio è qualcosa in sé facoltativo: chi lo desidera, lo chiede; se uno non ritiene di aver bisogno di consigli, fa da sé. Sappiamo bene, inoltre, quanto siano spesso fastidiosi e imbarazzanti i consigli non richiesti: ci appaiono come una indebita ingerenza nella sfera della nostra libertà. Anche da parte di chi il consiglio lo dà, esso può apparire come moralmente dovuto; ma in ogni caso sa che chi lo riceve è assolutamente libero di non servirsene. Il Sinodo invece afferma che il consigliare è «necessario per il cammino da compiere e per le scelte pastorali da fare». Esso si fonda, sul «diritto-dovere di tutti i battezzati alla partecipazione corresponsabile» ed è posto in vista del «comune discernimento per il servizio del Vangelo». Come si vede, il tema del "consigliare nella Chiesa" evoca e implica altre scelte di grande rilevanza nel vissuto ecclesiale: "partecipazione", "corresponsabilità", "discernimento".

6.Programmare e decidere

Dopo aver sgombrato il campo da una interpretazione "debole", minimalista del "consigliare nella Chiesa", il secondo passo riguarda il fine, lo scopo del "consigliare". Se il consigliare fosse finalizzato semplicemente a una raccolta di pareri, tanto per "tastare il polso" della situazione, o per registrare un generico orientamento della comunità, si correrebbe nuovamente il rischio di portare avanti una dinamica ecclesiale riduttiva, impoverita. Il Sinodo del 1995 fornisce diverse indicazioni che "spingono" in là la consultività, non permettendo che la funzione dei membri del consiglio pastorale venga frenata nei limiti di un sondaggio di opinioni. Il consiglio pastorale viene definito «soggetto di programmazione dell'azione pastorale» (Cost. 142 § 6) e soprattutto «strumento della decisione comune pastorale» (Cost. 147 § 2) e ancora si dice che esso è «realmente soggetto unitario delle deliberazioni per la vita della comunità». Dunque, il "consigliare" è orientato al programmare, più esplicitamente, al decidere, al deliberare.

7. I requisiti richiesti

Alcuni atteggiamenti sono pertanto importanti: «una coscienza ecclesiale da parte dei suoi membri, uno stile di comunicazione fraterna e la comune convergenza sul progetto pastorale». Si chiede che i componenti dei vari consigli «siano qualificati non solo da competenza ed esperienza, ma anche da uno spiccato senso ecclesiale e da una seria tensione spirituale, alimentata dalla partecipazione all'Eucaristia, dall'assiduo ascolto della Parola e dalla preghiera». Scorrendo questi testi, sembra di poter individuare alcune categorie nelle quali possono essere raggruppati i requisiti richiesti per i consiglieri. Le prime due si collocano propriamente nell'area dell'esperienza di fede: il senso della Chiesa e la tensione spirituale alimentata dalla preghiera e dalla pratica religiosa. In queste due categorie possiamo far rientrare anche l'esigenza di formazione nell'ambito specifico della fede, quindi da una parte la «formazione assidua per coltivare la sensibilità al lavoro pastorale comune» e dall'altra «la familiarità con il Vangelo e con la dottrina e la disciplina ecclesiastica in genere» (Cost. 147 § 3).

In sintesi, non si può pensare di "consigliare" nella Chiesa a partire da un semplice buon senso o da un intuito pratico o da un generico interesse per la vita della parrocchia. Occorre una fede viva, coltivata e praticata assiduamente, che non trascura l'aggiornamento dei contenuti della fede, magari attraverso la frequenza a una buona catechesi per gli adulti, e una coscienza ecclesiale matura, che permetta di sedersi al tavolo del consiglio non con l'animo di chi sogna una comunità ideale o di chi è incline solamente alla critica e al giudizio, ma con la disponibilità ad amare la Chiesa che c'è, per dare il proprio contributo a renderla migliore.

8. Alcune scelte concrete:

  • Adoperarsi perché possa crescere la fraternità e la stima tra collaboratori della comunità pastorale

  • Nessuno si deve considerare proprietario del servizio che promuove; è necessario maturare la scelta di un servizio umile, promosso in comunione con altre persone

  • E’ necessario guardare alle scelte e ai passi compiuti nel passato; ci si confronta per cogliere il positivo che è stato vissuto nelle iniziative promosse, per mantenerle sapendo però guardare avanti. Con “l’abbiamo sempre fatto così” non si va molto avanti.

  • Fondamentale è la lettura approfondita dell’ “Evangelii Gaudium”, vero testo di approfondimento del messaggio di Papa Francesco nell’ambito pastorale

  • Una buona indicazione per il cammino del Consiglio Pastorale potrebbe essere questa: dopo la preghiera iniziale, come punto dall’Odg ci sia un argomento di ampio respiro pastorale; occorre che si faccia pervenire a tutti, un testo, un articolo con il giusto anticipo, perché si possa portare una propria riflessione profonda e non istintiva.

Ci affidiamo allo Spirito del Signore; possiamo scrivere pagine nuove, belle, capaci di testimonianza.

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UNO STILE SINODALE - Traccia per una Riflessione al Ritiro degli Operatori Pastorali

Ritiro degli operatori pastorali della Comunità Pastorale

UNO STILE SINODALE

Una traccia per la riflessione a cura di don Alberto Cozzi

La parola dell’arcivescovo

«Il tema teologico, pastorale, antropologico, poetico e procedurale della sinodalità è la sfida che vogliamo raccogliere. .. La sinodalità, infatti, è opera dello Spirito che dei molti fa una cosa sola. Ci si deve però domandare: quale docilità allo Spirito, quali attitudini virtuose, quali esercizi ascetici rendono praticabile l’esercizio della sinodalità a uomini e donne tentati da individualismo, protagonismo, inerzia, rassegnazione, mutismo, confusione? Insomma si deve raccogliere un richiamo alla conversione»
(M. DELPINI, “Vieni, Ti mostrerò la Sposa dell’Agnello”, p. 15-16).

Una sfida epocale

Diversamente da quanto suggerisce l’uso predominante di Sinodo e sinodalità in senso istituzionale e canonico, il senso della parola rende questi concetti portatori di un significato dinamico e processuale. «Synodos» significa percorrere la stessa strada, essere insieme per strada, essere un gruppo di persone che sono in cammino e, in senso stretto, un raduno, un’assemblea… Tali processi dell’«essere insieme in cammino» dal punto di vista ecclesiale—ecclesiologico sono tuttavia assai più ampi e fondamentali delle occasionali assemblee sinodali rappresentative.

Il mondo in cui viviamo, e che siamo chiamati ad amare e a servire anche nelle sue contraddizioni, esige dalla Chiesa il potenziamento delle sinergie in tutti gli ambiti della sua missione. Proprio il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio. Quello che il Signore ci chiede, in un certo senso, è già tutto contenuto nella parola “Sinodo”. Comminare insieme — Laici, Pastori, Vescovo di Roma — è un concetto facile da esprimere a parole, ma non così facile da mettere in pratica (papa Francesco).

Sinodalità e trasmissione della fede

La sinodalità realizza un’appropriazione del vangelo che non è più pacifica e cerca di discernere la vera fede o la pratica autentica, corrispondente alla tradizione. Il fine della sinodalità non è un esercizio di fraternità o amicizia o democrazia… ma un modo di trasmissione della fede in un contesto non pacifico se non addirittura conflittuale. Per discernere si deve prima creare un contesto di comunione, in cui si attualizza la comunione trinitaria, e in questo «spazio virtuoso» si può comprendere ciò a cui chiama lo Spirito.

In tutti i libri antichi vengono chiamati canoni soltanto quegli statuti che furono stabiliti dai sinodi, poiché, quantunque il metropolita abbia la cura e la sollecitudine della provincia, tuttavia « non può emettere personalmente degli statuti generali che riguardino tutta la provincia, ma deve con-statuire, cioè decretare insieme agli altri vescovi suffraganei, affinché in tale concorde unanimità venga glorificata la Trinità nella Chiesa, in quanto nella concordia l’Altissimo trova la sua compiacenza e le Persone divine la loro gloria. Infatti dove domina un consenso schietto e inalterato là c’è Dio, come dice papa Ormisda nella lettera ai vescovi spagnoli (N. Cusano).

La sfida in concreto: l’ascolto, il consenso e i conflitti

Una Chiesa sinodale è una Chiesa dell’ascolto, nella consapevolezza che ascoltare «e più che sentire» (Evangelii Gaudium, n. 171). È un ascolto reciproco, in cui ciascuno ha qualcosa da imparare. Popolo fedele, collegio episcopale, vescovo di Roma: l’uno in ascolto degli altri; e tutti in ascolto dello Spirito Santo, lo «Spirito della verità» (Gv 14,17), per conoscere ciò che Egli dice alle Chiese (Ap 2,7). Il sinodo dei Vescovi è il punto di convergenza di questo dinamismo di ascolto condotto a tutti i livelli nella vita della Chiesa. Il cammino sinodale inizia ascoltando il Popolo, che «pure partecipa alla funzione profetica di Cristo » (Lumen Gentium, 12)… Il cammino del Sinodo prosegue ascoltando i Pastori… Infine, il cammino sinodale culmina nell’ascolto del Vescovo di Roma, chiamato a pronunciarsi come «Pastore e Dottore di tutti i cristiani» (Pastor Aeternus IV).

Come affermava in un brano suggestivo Gregorio Magno:

La verità trova dimora solo là dove si realizza la pratica di porgere orecchio gli unì alla voce degli altri: «Ritengo come un dono ciò che ciascuno dei fedeli potrà sentire e comprendere meglio di me. Perché tutti coloro che sono docili a Dio, sono organi della verità! Ed è in potere della verità che essa si manifesti per mio mezzo agli altri o che per gli altri giunga a me. Essa è certamente uguale per tutti noi, anche se non tutti viviamo allo stesso modo; ora tocca questo, perché ascolti con profitto ciò che essa ha fatto risuonare per mezzo di un altro; ora invece tocca quello perché faccia risuonare chiaramente ciò che gli altri devono ascoltare» (Moralia in Job, xxx,27,8).

Un altro elemento su cui vigilare è quello del consenso da costruire:

L’idea di cercare, costruire, raggiungere un consenso implica di per sé una situazione di partenza connotata da una pluralità non (ancora) risolta. Il consenso rimando all’unità come a un telos da raggiungere e al processo di unificazione progressiva come via verso questo fine ultimo; non esclude quindi conflittualità nell’interpretazione come anche il “patteggiare”. .. Va riconosciuta l’importanza della conflittualità per la determinazione del divenire ecclesiale, anche se in ogni caso va determinato il livello e il confine in cui dissenso e pluralità differenziata sono legittimi… Il percorso sviluppatosi negli ultimi decenni nel dialogo ecumenico può offrire a questo riguardo indicazioni preziose.

La capacità di gestire i conflitti o le divergenze in un contesto di comunione:

La sinodalità ci provoca a non partire mai con schemi predefiniti o caricaturali sugli altri. La vita sinodale presuppone, oltre alla chiarezza sul fine, un’adeguata comprensione della Chiesa e del . ruolo dei carismi e ministeri nella sua missione. Occorre maturare la convinzione che il soggetto dell’azione evangelizzatrice è tutto il popolo di Dio… Si tratta di una sorta di processo di riconoscimento reciproco di ruoli e contributi da dare, in clima non rivendicativo o polemico, ma di collaborazione e stima.

Il Papa: "Senza Cresima si é Cristiani a metà"

IL PAPA: “SENZA CRESIMA SI È CRISTIANI A METÀ”

Carissimi, domenica 15 ottobre Sua Ecc. Mons. Agnesi in 2 celebrazioni Eucaristiche celebrerà nella nostra Comunità Pastorale le Sante Cresime di 58 ragazzi. È un evento importante per tutti, per tutte le nostre parrocchie e per tutte le famiglie e non solo per i cresimandi e le loro famiglie. Vi lascio le parole di papa Francesco che ribadisce per tutti l’importanza di vivere la presenza dello Spirito in noi, cioè quello che abbiamo celebrato magari tanti anni fa e dunque da rinnovare ogni giorno.

Cari fratelli e sorelle, buongiorno,

in questa terza catechesi sui Sacramenti, ci soffermiamo sulla Confermazione o Cresima, che va intesa in continuità con il Battesimo, al quale è legata in modo inseparabile. Questi due Sacramenti, insieme con l’Eucaristia, formano un unico evento salvifico, che si chiama — l’“iniziazione cristiana” —, nel quale veniamo inseriti in Gesù Cristo morto e risorto e diventiamo nuove creature e membra della Chiesa. Ecco perché in origine questi tre Sacramenti si celebravano in un unico momento, al termine del cammino catecumenale, normalmente nella Veglia Pasquale. Così veniva suggellato il percorso di formazione e di graduale inserimento nella comunità cristiana che poteva durare anche alcuni anni. Si faceva passo a passo per arrivare al Battesimo, poi alla Cresima e all’Eucaristia.

Comunemente si parla di sacramento della “Cresima”, parola che significa “unzione”. E, in effetti, attraverso l’olio detto “sacro Crisma” veniamo conformati, nella potenza dello Spirito, a Gesù Cristo, il quale è l’unico vero “unto”, il “Messia”, il Santo di Dio. Il termine “Confermazione” ci ricorda poi che questo Sacramento apporta una crescita della grazia battesimale: ci unisce più saldamente a Cristo; porta a compimento il nostro legame con la Chiesa; ci accorda una speciale forza dello Spirito Santo per diffondere e difendere la fede, per confessare il nome di Cristo e per non vergognarci mai della sua croce (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1303).

Per questo è importante avere cura che i nostri bambini, i nostri ragazzi, ricevano questo Sacramento. Naturalmente è importante offrire ai cresimandi una buona preparazione, che deve mirare a condurli verso un’adesione personale alla fede in Cristo e a risvegliare in loro il senso dell’appartenenza alla Chiesa. La Confermazione, come ogni Sacramento, non è opera degli uomini, ma di Dio, il quale si prende cura della nostra vita in modo da plasmarci ad immagine del suo Figlio, per renderci capaci di amare come Lui. Egli lo fa infondendo in noi il suo Spirito Santo, la cui azione pervade tutta la persona e tutta la vita, come traspare dai sette doni che la Tradizione, alla luce della Sacra Scrittura, ha sempre evidenziato. Quando accogliamo lo Spirito Santo nel nostro cuore e lo lasciamo agire, Cristo stesso si rende presente in noi e prende forma nella nostra vita; attraverso di noi, sarà Lui lo stesso Cristo a pregare, a perdonare, a infondere speranza e consolazione, a servire i fratelli, a farsi vicino ai bisognosi e agli ultimi, a creare comunione, a seminare pace. Pensate quanto è importante questo: per mezzo dello Spirito Santo, Cristo stesso viene a fare tutto questo in mezzo a noi e per noi. Per questo è importante che i bambini e i ragazzi ricevano il Sacramento della Cresima.

Cari fratelli e sorelle, ricordiamoci che abbiamo ricevuto la Confermazione! Tutti noi! Ricordiamolo prima di tutto per ringraziare il Signore di questo dono, e poi per chiedergli che ci aiuti a vivere da veri cristiani, a camminare sempre con gioia secondo lo Spirito Santo che ci è stato donato.

(Fonte: vatican.va)

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO PER LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2017

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
PER LA GIORNATA MISSIONARIA MONDIALE 2017

La missione al cuore della fede cristiana

Cari fratelli e sorelle,

anche quest’anno la Giornata Missionaria Mondiale ci convoca attorno alla persona di Gesù, «il primo e il più grande evangelizzatore» (Paolo VI, Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 7), che continuamente ci invia ad annunciare il Vangelo dell’amore di Dio Padre nella forza dello Spirito Santo. Questa Giornata ci invita a riflettere nuovamente sulla missione al cuore della fede cristiana. Infatti, la Chiesa è missionaria per natura; se non lo fosse, non sarebbe più la Chiesa di Cristo, ma un’associazione tra molte altre, che ben presto finirebbe con l’esaurire il proprio scopo e scomparire. Perciò, siamo invitati a porci alcune domande che toccano la nostra stessa identità cristiana e le nostre responsabilità di credenti, in un mondo confuso da tante illusioni, ferito da grandi frustrazioni e lacerato da numerose guerre fratricide che ingiustamente colpiscono specialmente gli innocenti. Qual è il fondamento della missione? Qual è il cuore della missione? Quali sono gli atteggiamenti vitali della missione?

La missione e il potere trasformante del Vangelo di Cristo, Via, Verità e Vita

1. La missione della Chiesa, destinata a tutti gli uomini di buona volontà, è fondata sul potere trasformante del Vangelo. Il Vangelo è una Buona Notizia che porta in sé una gioia contagiosa perché contiene e offre una vita nuova: quella di Cristo risorto, il quale, comunicando il suo Spirito vivificante, diventa Via, Verità e Vita per noi (cfr Gv 14,6). È Via che ci invita a seguirlo con fiducia e coraggio. Nel seguire Gesù come nostra Via, ne sperimentiamo la Verità e riceviamo la sua Vita, che è piena comunione con Dio Padre nella forza dello Spirito Santo, ci rende liberi da ogni forma di egoismo ed è fonte di creatività nell’amore.

2. Dio Padre vuole tale trasformazione esistenziale dei suoi figli e figlie; trasformazione che si esprime come culto in spirito e verità (cfr Gv 4,23-24), in una vita animata dallo Spirito Santo nell’imitazione del Figlio Gesù a gloria di Dio Padre. «La gloria di Dio è l’uomo vivente» (Ireneo, Adversus haereses IV, 20, 7). In questo modo, l’annuncio del Vangelo diventa parola viva ed efficace che attua ciò che proclama (cfr Is 55,10-11), cioè Gesù Cristo, il quale continuamente si fa carne in ogni situazione umana (cfr Gv 1,14).

La missione e il kairos di Cristo

3. La missione della Chiesa non è, quindi, la diffusione di una ideologia religiosa e nemmeno la proposta di un’etica sublime. Molti movimenti nel mondo sanno produrre ideali elevati o espressioni etiche notevoli. Mediante la missione della Chiesa, è Gesù Cristo che continua ad evangelizzare e agire, e perciò essa rappresenta il kairos, il tempo propizio della salvezza nella storia. Mediante la proclamazione del Vangelo, Gesù diventa  sempre nuovamente nostro contemporaneo, affinché chi lo accoglie con fede e amore sperimenti la forza trasformatrice del suo Spirito di Risorto che feconda l’umano e il creato come fa la pioggia con la terra. «La sua risurrezione non è una cosa del passato; contiene una forza di vita che ha penetrato il mondo. Dove sembra che tutto sia morto, da ogni parte tornano ad apparire i germogli della risurrezione. È una forza senza uguali» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 276).

4. Ricordiamo sempre che «all’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (Benedetto XVI, Lett. enc. Deus caritas est, 1). Il Vangelo è una Persona, la quale continuamente si offre e continuamente invita chi la accoglie con fede umile e operosa a condividere la sua vita attraverso una partecipazione effettiva al suo mistero pasquale di morte e risurrezione. Il Vangelo diventa così, mediante il Battesimo, fonte di vita nuova, libera dal dominio del peccato, illuminata e trasformata dallo Spirito Santo; mediante la Cresima, diventa unzione fortificante che, grazie allo stesso Spirito, indica cammini e strategie nuove di testimonianza e prossimità; e mediante l’Eucaristia diventa cibo dell’uomo nuovo, «medicina di immortalità» (Ignazio di Antiochia, Epistula ad Ephesios, 20, 2).

5. Il mondo ha essenzialmente bisogno del Vangelo di Gesù Cristo. Egli, attraverso la Chiesa, continua la sua missione di Buon Samaritano, curando le ferite sanguinanti dell’umanità, e di Buon Pastore, cercando senza sosta chi si è smarrito per sentieri contorti e senza meta. E grazie a Dio non mancano esperienze significative che testimoniano la forza trasformatrice del Vangelo. Penso al gesto di quello studente Dinka che, a costo della propria vita, protegge uno studente della tribù Nuer destinato ad essere ucciso. Penso a quella celebrazione eucaristica a Kitgum, nel Nord Uganda, allora insanguinato dalla ferocia di un gruppo di ribelli, quando un missionario fece ripetere alla gente le parole di Gesù sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», come espressione del grido disperato dei fratelli e delle sorelle del Signore crocifisso. Quella celebrazione fu per la gente fonte di grande consolazione e tanto coraggio. E possiamo pensare a tante, innumerevoli testimonianze di come il Vangelo aiuta a superare le chiusure, i conflitti, il razzismo, il tribalismo, promuovendo dovunque e tra tutti la riconciliazione, la fraternità e la condivisione.

La missione ispira una spiritualità di continuo esodo, pellegrinaggio ed esilio

6. La missione della Chiesa è animata da una spiritualità di continuo esodo. Si tratta di «uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 20). La missione della Chiesa stimola un atteggiamento di continuo pellegrinaggio attraverso i vari deserti della vita, attraverso le varie esperienze di fame e sete di verità e di giustizia. La missione della Chiesa ispira una esperienza di continuo esilio, per fare sentire all’uomo assetato di infinito la sua condizione di esule in cammino verso la patria finale, proteso tra il “già” e il “non ancora” del Regno dei Cieli.

7. La missione dice alla Chiesa che essa non è fine a sé stessa, ma è umile strumento e mediazione del Regno. Una Chiesa autoreferenziale, che si compiace di successi terreni, non è la Chiesa di Cristo, suo corpo crocifisso e glorioso. Ecco allora perché dobbiamo preferire «una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze» (ibid., 49).

I giovani, speranza della missione

8. I giovani sono la speranza della missione. La persona di Gesù e la Buona Notizia da Lui proclamata continuano ad affascinare molti giovani. Essi cercano percorsi in cui realizzare il coraggio e gli slanci del cuore a servizio dell’umanità. «Sono molti i giovani che offrono il loro aiuto solidale di fronte ai mali del mondo e intraprendono varie forme di militanza e di volontariato [...]. Che bello che i giovani siano “viandanti della fede”, felici di portare Gesù in ogni strada, in ogni piazza, in ogni angolo della terra!» (ibid., 106). La prossima Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, che si celebrerà nel 2018 sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, si presenta come occasione provvidenziale per coinvolgere i giovani nella comune responsabilità missionaria che ha bisogno della loro ricca immaginazione e creatività.

Il servizio delle Pontificie Opere Missionarie

9. Le Pontificie Opere Missionarie sono strumento prezioso per suscitare in ogni comunità cristiana il desiderio di uscire dai propri confini e dalle proprie sicurezze e prendere il largo per annunciare il Vangelo a tutti. Attraverso una profonda spiritualità missionaria da vivere quotidianamente, un impegno costante di formazione ed animazione missionaria, ragazzi, giovani, adulti, famiglie, sacerdoti, religiosi e religiose, Vescovi sono coinvolti perché cresca in ciascuno un cuore missionario. La Giornata Missionaria Mondiale, promossa dall’Opera della Propagazione della Fede, è l’occasione propizia perché il cuore missionario delle comunità cristiane partecipi con la preghiera, con la testimonianza della vita e con la comunione dei beni per rispondere alle gravi e vaste necessità dell’evangelizzazione.

Fare missione con Maria, Madre dell’evangelizzazione

10. Cari fratelli e sorelle, facciamo missione ispirandoci a Maria, Madre dell’evangelizzazione. Ella, mossa dallo Spirito, accolse il Verbo della vita nella profondità della sua umile fede. Ci aiuti la Vergine a dire il nostro “sì” nell’urgenza di far risuonare la Buona Notizia di Gesù nel nostro tempo; ci ottenga un nuovo ardore di risorti per portare a tutti il Vangelo della vita che vince la morte; interceda per noi affinché possiamo acquistare la santa audacia di cercare nuove strade perché giunga a tutti il dono della salvezza.

Dal Vaticano, 4 giugno 2017
Solennità di Pentecoste

FRANCESCO

(Fonte: vatican.va)

Lettera S.E. Card. Angelo Scola

originale in allegato -----

 

Alla gente di Milano e delle terre ambrosiane
Carissimi,
Papa Francesco ha confidato che a Milano si è sentito a casa. Con tutti! Questa confidenza ci commuove e ci
consola. Il clima di familiarità che ha accompagnato il Papa in tutta la giornata di sabato rivela che Milano e la
Lombardia “si sentono a casa” con Papa Francesco perché gli vogliamo bene e siamo in sintonia con il suo insegnamento,
apprezziamo la sua testimonianza, siamo contagiati dalla sua gioia e dal suo coraggio.
Per accogliere Papa Francesco Milano si è vestita con il suo inconfondibile abito della festa: un velo di nebbia
mattutina e quel cielo di Lombardia, così bello quando è bello! Milano si è fermata in paziente e festosa attesa,
tenendo a freno la sua tradizionale frenesia; Milano ha smentito l’inclinazione alla paura e al sospetto che in
questi giorni sembrano obbligatori.
Papa Francesco ha percorso Milano con il braccio teso a salutare, con il sorriso pronto a incoraggiare, con
il raccoglimento intenso dell’uomo di Dio, con lo sguardo penetrante a leggere il bisogno di consolazione e di
speranza. Siamo quindi grati al Papa perché la sua visita ci ha tutti radunati e ha reso visibile il meglio di noi.
Ecco il dono che abbiamo ricevuto: lo stile della testimonianza semplice, gioiosa, incisiva che annuncia l’essenziale
del Vangelo e provoca ciascuno a mettersi in gioco, a sentirsi protagonisti nell’edificazione di una città in
cui tutti si sentano a casa e tutti si riconoscano responsabili di tutti.
Per accogliere Papa Francesco si è radunato un popolo numeroso e tutti si sono sentiti parte di questo popolo,
tutti si sono sentiti milanesi: quelli che parlano il dialetto dei nonni e quelli che parlano lingue di altri continenti,
quelli che vanno in chiesa tutte le domeniche e quelli che non sanno neppure dove sia una chiesa, quelli
che abitano negli antichi palazzi e quelli che abitano nelle case popolari, le autorità e i turisti di passaggio. E
quelli che non potevano scendere in strada per incontrare il Papa l’hanno visto andare da loro: il Papa si è sentito
a casa anche nel carcere di San Vittore!
Milano con il “coeur in man”, dopo che il Papa è partito, ha ripreso i suoi ritmi e i suoi fastidi, i suoi affari e
le opere di misericordia quotidiane.
Ma si può essere certi che è stata seminata una gioia più intensa che contrasta ogni rassegnazione e ripiegamento.
Sono state pronunciate parole illuminanti e provocatorie per rinnovare la fede e credere alla possibilità
dell’impossibile.
La comunità cristiana è stata richiamata ad abitare il tempo come occasione per seminare, liberandosi dall’impazienza
del raccolto, immergendosi nella gioia di Dio piuttosto che nella gratificazione di successi mondani.
Dovremo tornare su tutti i gesti e le parole del Papa perché la visita porti i suoi frutti più belli e duraturi, ma
adesso è tempo di gratitudine per Papa Francesco e per tutti coloro che hanno curato i singoli momenti: la visita
alle case bianche di via Salomone, piazza Duomo ospitale per la tanta gente che l’aspettava, i preti e i consacrati
radunati in Cattedrale, la grande celebrazione a Monza, l’incontro festoso nello stadio di San Siro. L’Arcivescovo,
con i suoi collaboratori, desidera invitare tutti coloro che si sono prestati per la buona riuscita della visita
di Papa Francesco per ringraziarli di persona. Giovedì 20 aprile alle ore 19,00 in Duomo: l’incontro è per tutti
i volontari, per i ROL delle parrocchie, i preti, le forze dell’ordine, e tutta la gente che desidera esprimere un
corale ringraziamento al Signore, al Papa, per la grazia di quella visita.
Ci è stato fatto un dono immenso: Papa Francesco, ti promettiamo che non andrà sciupato e che continueremo
a volerti bene e a pregare per te.
Il cardinale Angelo Scola
con il Consiglio Episcopale Milanese

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