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Riflessioni quaresimali - Felicità e infelicità

A cura di don Carlo Colombo

Felicità e infelicità ***

Tenendo presente che è difficile pensare una persona libera, senza che in qualche modo ne abbia la co­scienza, un indice di quanto siamo liberi o meno è dato dalla felicità o dall'infelicità. Per comprendere meglio il discorso che stiamo facendo è necessario tener presente che la felicità è un modo di essere, frutto della sintesi della soddisfazione fisica, del piacere psichico e della gioia spirituale; mentre l’infelicità è un modo di essere che nasce dal fatto che si è posta tutta la propria attenzione solo su uno degli elementi della sintesi, ignorando gli altri due, per cui diventa il segno della consapevolezza del proprio fallimento, che nasce dalla sensazione della mancanza di qualcosa, cioè del senso di vuoto che proviamo, anche se spesso la causa è inconscia. Dato che siamo di fronte ad una libertà relativa e limitata, perciò mutevole nelle sue espressioni, in quanto frutto della continua rielaborazione del susseguirsi delle esperienze, riconoscere che sentimenti di felicità e di infelicità possono coesistere, proprio come odio e amore in un susseguirsi di situazioni che toccano direttamente la propria persona e uno stretto rapporto personale, può darci forse dei suggerimenti preziosi per condurre una vita migliore, in quanto ci porta a capire le mutazioni del nostro umore e dell’umore degli altri. Usciamo a questo modo dall’atteggiamento passivo di chi si sente vittima della situazione e tende alla depressione, per renderci consapevoli di avere tutti gli strumenti necessari per costruire la nostra libertà e perciò la nostra felicità. Ciò è possibile quando siamo capaci di creare momenti di silenzio che ci permettono di interiorizzare tutte quelle sensazioni che sono rimaste nella nostra memoria in quanto erano state ritenute interessanti. La capacità di gioia è un talento che sviluppiamo in gran parte da noi, vivendo la consapevolezza che il meccanismo psichico fondamentale della emotività, quando si muove in sintonia con gli altri meccanismi psichici fondamentali, ci porta a creare continuamente la sintesi tra la soddisfazione e il piacere. Le persone di buon umore tendono ai comportamenti pro-sociali, mentre in assenza di gioia tendiamo a isolarci dagli altri, in quanto la loro presenza crea in noi solo disagio e fastidio, per il fatto che, usando il meccanismo di difesa della proiezione, addossiamo agli altri la causa dei nostri sensi di vuoto, del nostro disagio e perciò della nostra infelicità. Quando siamo felici siamo anche più disponibili verso gli altri e coltiviamo i nostri legami personali meglio di quando siamo tristi; inoltre siamo più propensi al perdono, a vedere in loro la buona fede. Non sorprende quindi che la felicità sia più sensibile al clima sociale prevalente in famiglia e lo rispecchi più fedelmente, sia esso di calore emotivo o di freddezza. Dob­biamo pure tener presente che chi sa gioire delle cose è maggiormente aperto all'ambiente in cui vive e sa cogliere le cose come amiche e sente l’ambiente come una sua dimensione. La felicità inclina all'apertura estetica e, nello stesso tempo, è aumen­tata dall'esperienza estetica. Queste affermazioni ci aiutano a comprendere lo stretto rapporto tra la per­sona, i propri sentimenti e l'ambiente, dandoci una conferma che lo spazio-tempo è una dimensione della persona; per cui i meccanismi psichici fondamentali sono gli strumenti essenziali che ciascuno usa per poter es­sere se stesso e per poter esprimersi.

Riflessioni quaresimali

Riflessioni nel tempo quaresimale (a cura di don Carlo Colombo)

 

Per la quaresima

 

Carità universale

 

Nel panorama che abbiamo scoperto, leggendo i nostri meccanismi psichici fondamentali, pos­siamo ammirare una caratteristica della spiritualità di Rosmini: la carità universale. Propongo solo delle brevi note, per non essere troppo lungo e per lasciare a voi lo spazio per una ricerca su questo argo­mento. L'amore esige la nostra libertà per essere universale. È un corollario di ciò che abbiamo detto sopra. Quando una giusta coscienza della nostra identità ci porta ad essere liberi da tutti i fantasmi e da tutte le angosce di insicurezza, allora sapremo accostarci agli altri senza strumentalizzarli, per cui, il nostro sarà un atteggiamento di dono gratuito: ecco la carità universale che non esclude nessuno e nessuna circostanza che ci venga presentata dalla Provvidenza di Dio. È bene ricordare che solo l'a­dulto può amare senza legarsi. Quando un giovane e una ragazza sono capaci di dimenticarsi di sé per il bene degli altri, allora sono un uomo e una donna. Prima di ciò sono psichicamente ancora adolescenti o addirittura bambini. Di conseguenza la castità è educazione e allenamento a superare ogni menta­lità di tipo proprietario e padronale nei confronti della propria e dell'altrui persona. Si oppone fonda­mentalmente a quella mentalità utilitaristica e narcisistica che tende a usare e abusare di ogni cosa quasi fossimo arbitri supremi di noi stessi, del nostro corpo e delle nostre pulsioni, come pure delle persone e del mondo circostante. In questo contesto la castità ci aiuta a capire la nostra relatività e ci porta ad usare nella sua reale dimensione il meccanismo psichico fondamentale dell'affettività. Possiamo ancora una volta constatare il concatenamento dei meccanismi psichici e quindi anche dei nostri atteggiamenti. La po­vertà è la via alla castità per condurre alla carità universale. La povertà infatti è la liturgia del superamento delle nostre insicurezze, per cui non abbiamo bisogno di attaccarci a nulla; da qui la vera libertà che si esprime con la castità. In questo contesto possiamo farci dono gratuito al prossimo per mezzo della carità materiale, della carità culturale e della carità spirituale. Antonio Rosmini in questa triade esprime tutti gli aspetti della carità, per questo viene detta universale; nello stesso tempo ci dà un ordine progressivo della carità che dal materiale va allo spirituale. Ciascuno, secondo i doni che Dio gli ha dato, si rende disponibile a quella carità che gli è più congeniale per l’utilità comune e per la propria perfezione. La guida alla disponibilità non sono i nostri gusti, ma la volontà del Padre, che ci viene espressa attraverso le celebrazioni liturgiche. Perché possiamo essere veramente carità nel campo che ci è indicato dalla volontà del Padre, dobbiamo aprirci alla verità di Cristo per mezzo della meditazione della sua parola, lui infatti è la vera cultura che non solo riempie la testa di nozioni, ma anche la vita. Qui comprendiamo la necessità di un continuo dialogo con lo Spirito santo, che ci porti ad attuare le verità conosciute ed amate; sarà infatti lo Spirito che ci fa passare dalla dimensione estetica alla dimensione etica. Dopo che ciascuno di noi ha sperimentato i tre gradi della carità universale e ne ha conosciuto la strada, è pronto ad essere testimone presso tutti gli uomini.

Solo quando la castità non è frutto di inibizione, è segno che siamo adulti e ci dà la capacità di quell'a­pertura, di quella elasticità che ci rende disponibili per il Regno, come afferma Gesù stesso. Davanti ai nostri occhi si profila la figura di Maria di Nazareth, colei che è Vergine e Madre, che si affida alla po­tenza di Dio che la chiama a collaborare alla salvezza dando la vita al Cristo, benché lei non conosca uomo. Non possiamo passare sotto silenzio questo fatto in quanto è in totale contraddizione con la no­stra cultura razional-illuminista. Questa cultura ci dice che noi siamo ampi tanto quanto siamo grandi, per cui solo il super-uomo può raggiungere i confini dell'universo. Noi invece nella nostra riflessione siamo arrivati a concludere che quanto so accettare e vivere la mia relatività, tanto so aprire il mio es­sere all'universalità e questo nella via della castità, che mi rende capace di farmi dono gratuito, in quanto non ho bisogno di cercare le mie sicurezze in un legame che rende schiavo me e l’altro. Solo quando la nostra affettività arriva ad essere adulta e viene inserita nella liturgia di Dio per mezzo delle nostre celebrazioni liturgiche, noi saremo capaci di farci dono gratuito, cioè carità, come risposta alle concrete esigenze di coloro che con noi condividono lo spazio-tempo.

Per comprendere meglio il senso della carità universale sarà utile meditare sullo stretto legame tra le virtù teologali e i consigli evangelici. Potremmo dire che la carità universale è il punto di arrivo di quel cammino che è iniziato col Battesimo e ci ha portati alla perfetta maturità con la forza delle Persone della santissima Trinità che sono in noi per le virtù teologali e ci aprono a vivere i consigli evangelici. (Ecco l’uomo – 5 l’affettività).

Riflessioni del mese di Novembre. Giobbe e la sofferenza

Giobbe e la sofferenza

 

GIOBBE. Un uomo che attraverso la sofferenza gradualmente arriva ad una nuova lettura di se stesso e della realtà. Un’attenta lettura, attraverso i monologhi e i dialoghi, ci presenta il confronto tra due fotografie, l’una prima della sofferenza, l’altra dopo; sarà dall’analisi di queste fotografie che potremo scoprire il lavoro della sofferenza sulla nostra persona e fino a che profondità arriva questo lavoro.

Che il cambiamento dei paradigmi di lettura di se stesso e della realtà in Giobbe sia profondo lo dice la sua affermazione finale: "Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono. Perciò mi ri­credo e ne provo pentimento su polvere e cenere" (Gb 42,5-6). Tenendo presente che la strada della sof­ferenza non è lineare, ma si sviluppa quasi a cerchi concentrici, per cui, mentre si fa un passo avanti, si ritorna sui passi precedenti, ne segue che è necessario saper leggere i segni dei cambiamenti per poterla individuare e seguire. Vediamo assieme la strada che percorre Giobbe.

Tutto il libro è il tentativo di presentarci, attraverso i dialoghi, questo sforzo di lettura che il sofferente fa di se stesso, della sua situazione e della realtà esterna a lui e perciò anche del suo rapporto con Dio. Lascio a voi la lettura analitica del libro, mentre io cercherò di mettere in evidenza i segni di questo cammino, così che ci aiuti a leggere i cammini di sofferenza dell'uomo d'oggi; quale possa essere la meta e per quali tappe è raggiungibile.

La prima tappa è data dalla reazione di Giobbe che si trova, senza causa apparente, immerso nella più profonda e assurda sofferenza; è la fase della ribellione. Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha l'amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene, che la cercano più di un tesoro? Non ho tranquillità, non ho requie, non ho riposo e viene il tormento! (Cfr Gb 3,1-26). Ci troviamo di fronte a un rifiuto che si av­vicina alla disperazione. Non è facile accettare un cambiamento della propria vita che ti porta a perdere tutto ciò di cui ti sentivi soddisfatto e, nello stesso tempo, vederti immobilizzato senza un futuro da­vanti agli occhi, per cui la mente è piena solo del ricordo struggente del passato e gli occhi del dramma presente. Il dramma è reso esasperato dalla sovrapposizione della sofferenza e del dolore; non si sa dove termini l’una e inizi l’altro. Il tutto dentro una tetra sensazione di ingiustizia e di assurdo.

Dopo la prima reazione di disorientamento subentra una specie di riflessione che cerca di rispondere alla domanda: Perché mi è capitato questo? Abbiamo un tentativo di razionalizzazione del fatto, per poterlo integrare nella sintesi della propria vita. "Volesse Dio schiacciarmi, stendere la mano e soppri­mermi! Ciò sarebbe per me un qualche conforto e gioirei, pur nell'angoscia senza pietà, per non aver rinnegato i decreti del Santo". La coscienza della propria giustizia incomincia a vacillare sotto la pres­sione della sofferenza. Nasce la richiesta di aiuto. "Istruitemi e allora io tacerò, fatemi conoscere in che cosa ho sbagliato". Tuttavia nessuno può opporsi a uno sfogo. "Ma io non terrò chiusa la mia bocca, parlerò nell'angoscia del mio spirito, mi lamenterò nell'amarezza del mio cuore! Perché non cancelli il mio peccato e non dimentichi la mia iniquità? Ben presto giacerò nella polvere, mi cercherai, ma più non sarò!" (Cfr Gb 6,2-7,21). Per chi è nella sofferenza non è facile rendersene conto e soprattutto poter attaccarsi a dei motivi che possano giustificare la situazione. Giobbe ci aiuta a capire quanto sia difficile lasciar morire una Coscienza dell’Io che è stata fonte di sicurezza per lunghi anni: è una sofferenza che si aggiunge alla sofferenza precedente.

Il ripiegarsi nel pessimismo conduce alla rivolta, in un vano tentativo di opposizione alla situazione per difendere quell'io che incomincia a sgretolarsi sotto i colpi dell'avversità. Nasce un moto di ribel­lione che, inizialmente rivolto verso Dio, passa a Giobbe stesso, ma nel medesimo tempo riemerge la consapevolezza della sua giustizia. "Ma io all'Onnipotente vorrei parlare, a Dio vorrei fare rimo­stranze. Voglio afferrare la mia carne con i denti e mettere sulle mie mani la mia vita. Mi uccida pure, non me ne dolgo; voglio solo difendere davanti a lui la mia condotta! Ecco, tutto ho preparato per il giudizio, son convinto che sarò dichiarato innocente". Se la sofferenza è una punizione, Giobbe si sente innocente; ne segue la domanda: "Quante sono le mie colpe e i miei peccati? Fammi conoscere il mio misfatto e il mio peccato". Conclude la propria difesa con una invocazione disperata. Se i suoi giorni sono contati, se il numero dei suoi mesi dipende da te, se hai fissato un termine che non può oltrepas­sare, distogli lo sguardo da lui e lascialo stare finché abbia compiuto, come un salariato, la sua giornata! (Cfr Gb 13,3-14,6). Siamo ormai dentro la dimensione dell’assurdo: non sappiamo più dove termina la fede e inizia la ribellione; dove termina la lamentela e inizia la bestemmia; dove si sta lottando contro Dio o contro se stessi. Possiamo dire che sono gli ultimi sussulti di una coscienza che si è dispersa, di una identità ormai inesistente, di una Coscienza dell’Io ormai paralizzata. Dopo la rivolta, ecco la stanchezza. Tutto sembra inutile, per cui nasce lo sco­raggiamento. Ci troviamo di fronte a una visione totalmente negativa della situazione. "Ora però egli m'ha spossato, fiaccato, tutto il mio vicinato mi è addosso. Me ne stavo tranquillo ed egli mi ha rovi­nato, mi ha afferrato per il collo e mi ha stritolato; ha fatto di me il suo bersaglio". In poche parole ci dice che ha raggiunto il limite oltre al quale non può andare. "Ho cucito un sacco sulla mia pelle e ho prostrato la fronte nella polvere. La mia faccia è rossa per il pianto e sulle mie palpebre v'è una fitta oscurità" (Cfr Gb 16,6-18). Ormai non possiamo più parlare di Coscienza dell’Io. Quando ormai tutto sembra finito abbiamo un barlume di speranza. Questo indica che il sofferente inizia a leggersi con nuovi schemi; comprende sotto una luce diversa il proprio io e le sue espressioni. "Ma ecco, fin d'ora il mio testimone è nei cieli, il mio mallevadore è lassù; poiché passano i miei anni contati e io me ne vado per una via senza ritorno" (Cfr Gb 16, 19-22). Se Giobbe non sa darsi una spiegazione, certamente c'è qualcuno che ha presente in un solo sguardo tutta la sua vita, quindi conosce anche il senso della sua sofferenza. Dalla speranza nascono i dubbi, che indicano questo sforzo di un nuovo schema di lettura di se stesso e quindi il sorgere di un nuovo filtro che porta a vedere la realtà in modo diverso. Siamo ancora agli inizi del cammino, per cui la lettura non è del tutto chiara, ma incomincia a prendere corpo.

La rilettura della realtà con i nuovi occhi porta a tentare una difesa di se stesso, quasi a voler ritornare nei propri schemi. "Esporrei davanti a lui la mia causa e avrei piene le labbra di ragioni. Allora un giusto discuterebbe con lui e io per sempre sarei assolto dal mio giudice. Poiché egli conosce la mia condotta, se mi prova al crogiuolo, come oro puro io ne esco" (Cfr Gb 23,3-12). In queste parole emerge il concetto della sofferenza come prova. Dopo, questo sfogo il sofferente quasi si rilassa: scopre che tutto ciò che è successo non è stato inutile, ha fatto di lui una nuova persona. E ora può leggersi con chiarezza. Abbiamo la riscoperta di se stesso e quindi un passo verso una sintesi nuova e più com­pleta. Questo uomo è maturato e in questa maturità ha coinvolto anche tutta la realtà che entra a far parte della sua vita. "Mi terrò saldo nella mia giustizia senza cedere, la mia coscienza non mi rimpro­vera nessuno dei miei giorni". Con la serenità ritrovata nasce la nostalgia e il desiderio di ricollegarsi con un passato che sembrava sepolto sotto la sofferenza e che invece incomincia a riemergere come l'erba una volta passati i rigori del gelo. Viene messa in evidenza l'identità del soggetto anche di fronte a situazioni che sembrano dirompenti. Dal momento in cui colui che soffre sa leggere se stesso nella realtà, si ritrova di nuovo collegato con quel passato che sembrava essere rinnegato dai fatti. "Oh, po­tessi tornare com'ero ai mesi di un tempo, ai giorni in cui Dio mi proteggeva, quando brillava la sua lucerna sopra il mio capo e alla sua luce camminavo in mezzo alle tenebre; com'ero ai giorni del mio autunno, quando Dio proteggeva la mia tenda, quando l'Onnipotente era ancora con me e i giovani mi stavano attorno. Mi ero rivestito di giustizia come di un vestimento; come mantello e turbante era la mia equità" (Cfr Gb 27,2-31,18). In questa scoperta di se stesso il sofferente avverte che è la stessa per­sona che, però, sa leggersi in modo più profondo e più completo, in quanto una esperienza vissuta lo ha portato ad aprire gli occhi per non accontentarsi di conoscere per sentito dire. (Ecco l’uomo. 1 Coscienza dell’Io).

 

a cura di don Carlo Colombo

Riflessioni per l'estate - n.9

Lavoro a puntate di Don Carlo Colombo per un anno .

Puntata n.9:

 

Nei mesi estivi

La comunicazione ***

La ragione per cui le persone interagiscono viene cercata a livello di interesse personale, spesso emo­zionale, e non attribuita a un accrescimento di conoscenza fredda. Viene così messa in evidenza la carat­teristica dell'affettività che è il sorgere di un interesse che coinvolge sentimenti, intelletto e volontà; come contrapposizione viene sottolineata la fredda conoscenza, che indica la mancanza di affettività, in quanto furono inibiti i sentimenti che fanno sì che la conoscenza muova la volontà. Ora, la fredda co­noscenza non accosta all'oggetto conosciuto, ma lascia nello stato apatico, per cui l'unico mezzo di co­municazione è la verbalizzazione di ciò che si è conosciuto. Ancora una volta ci troviamo di fronte al dramma della paranoia, creando dei rapporti fuori dall’effettività, fa sì che siano solo formali al punto da non riconoscere e distinguere la persona dal resto della realtà. Siamo di fronte ad una non comunicazione.

Negli esseri umani ciò che conta non è la probabilità di una notizia, ma la valutazione soggettiva di quanto quella notizia sia interessante. Ancora una volta viene sottolineato che la conoscenza senza i sentimenti non tocca in nessun modo la vita di una persona. Infatti i sentimenti sono una forte griglia selettiva, altrimenti la persona, travolta dal cumulo di sensazioni, sarebbe impossibilitata a fare delle scelte, per cui non riuscirebbe in alcun modo a comunicare, non permettendo alla sua affettività di esprimersi. In questo caso la notizia è l'altro nella sua realtà, che bussa alla porta della nostra vita per poter entrarvi in modo significativo. Ma, se l’altro è indifferente, il fatto di aprire la porta è considerato un disagio tale che si trova ogni scusa per non farlo. Ora, per il cristiano non esiste solo la simpatia o l’antipatia che tolgano l’altro dall’indifferenza; infatti noi sappiamo che sono dei linguaggi del corpo. Dicevo, per il cristiano ci sono altre fonti che rendono interessante la persona dell’altro, così che si apra la porta della comunicazione. In primo luogo il fatto di essere membra di un medesimo corpo in seguito ai Sacramenti ricevuti e alle celebrazioni liturgiche vissute; inoltre per la specifica volontà di Cristo di amare non solo gli amici, ma anche i nemici; ed infine per l’esigenza stessa dell’affettività, che è guidata dallo Spirito, a farci dono gratuito. Tutti questi elementi ci inclinano ad uscire dall’egocentrismo, conseguenza del peccato, per entrare in comunicazione con gli altri. Per il fatto che uno è uomo, il cristiano non può più considerarlo indifferente. (Ecco l’uomo – 5 l’affettività).

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Riflessioni per la quaresima: la liturgia - a cura di Don Carlo Colombo -

La liturgia

 

La liturgia è lo specchio dell'attività della Coscienza dell'Io. La liturgia in­fatti è un codice fatto di immagini che mette in comunicazione Dio con l'uomo, in quanto sono immagini che non solo significano, ma creano ciò che propongono................

 

in allegato.......

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Rilessioni per la quaresima - Libertà nella Verità - a cura di don Carlo Colombo

Libertà nella verità ***

La libertà consiste nel saper usare di fatto i doni di Dio in funzione del nostro perfezionamento e del bene degli altri senza creare dentro di noi una necessità; per cui la libertà si esprime come signoria su tutta la realtà, considerata non come un diritto, ma come un dono che ci è dato dall’amore del Padre. Qui possiamo anche capire perché Gesù ci presenta la libertà come conseguenza della verità. È la verità infatti che può dire il nostro rapporto con la realtà e la verità consiste nel riconoscere che tutto è dono di Dio. Possiamo allora comprendere come attraverso le diverse tappe, questo meccanismo psichico fondamentale ci fa in­contrare con la realtà e ci fa scoprire anche un nostro atteggiamento nei riguardi della realtà, cioè anche il nostro Io viene letto come realtà esterna alla Coscienza e quindi viene a far parte della realtà che è in confronto dialettico col nostro Io. Diventiamo consapevoli che, mentre ci confrontiamo con la realtà, facciamo parte della realtà, per cui, vedere la realtà come nemica, significa vedere anche noi stessi come nemici. Ci troviamo così di fronte alla libertà. La verità è la conformità dell'essere ideale all'essere reale; perciò, quando il mio modo di pensare e di accostare l'essere è adeguato all'essere stesso, sono nella verità; ma, nello stesso tempo, sono libero in quanto c'è un rapporto con la realtà ge­stito dalla mia coscienza, perciò buono. La libertà diventa l'espressione della raggiunta unità dell'essere nel concreto della nostra vita. Infatti, se usiamo nel giusto modo i nostri meccanismi psichici fondamentali, non abbiamo delle insicurezze da superare e dei vuoti da riempire, per cui avremo la padronanza di noi stessi e della realtà: saremo veramente liberi, in quanto signori della realtà e perciò anche di noi stessi. Per comprendere questo discorso fermiamo la nostra attenzione su ciò che ci dice Gesù stesso. Nel capo ottavo del Vangelo secondo Giovanni Gesù ci presenta la libertà nelle sue varie sfuma­ture. Dopo averci detto che deriva dal possesso della verità che è la Parola stessa, la contrappone alla schiavitù che è frutto del peccato. Non possiamo dimenticare che la Parola è Gesù stesso; lui infatti si è definito la verità. Noi infatti sappiamo che la libertà consiste nel rapporto con le Persone della santissima Trinità che ci inserisce nelle caratteristiche dell’essere, togliendoci dalla schiavitù che ci siamo creati col peccato. Gesù passa poi a illustrare le conseguenze della libertà: mentre lo schiavo vive nella insicurezza, in quanto non fa parte della famiglia, il libero, proprio perché è figlio, ha tutte le certezze, perciò non ha bisogno di attaccarsi alle cose e per questo sa usare in modo adeguato il meccanismo psichico fondamentale della emotività. Chiude il cerchio affermando che colui che è libero è da Dio, per cui ascolta la parola di Dio (Cfr Gv 8,31-59). Veniamo così inseriti in una spirale che ci porta a rendere sempre più completa la nostra li­bertà e, di conseguenza, anche il nostro rapporto con la realtà. Possiamo così concludere come in questo lungo dialogo, Gesù non solo ci dice che cosa sia la libertà, ma dimostra di essere libero da ogni condizio­namento. Nello stesso tempo ci aiuta a leggere la nostra libertà nelle immagini della liturgia di Dio. In­fatti solo chi si inserisce nell'oggi di Dio, non ha bisogno di attaccarsi alle cose per non lasciarsi trasci­nare dalla corrente del tempo. Le cose, nella loro relatività e nel loro limite, sono destinate a mutare e a svanire, in quanto sono in funzione dell'uomo e della sua realizzazione. Il valore della cosa sta nell'es­sere dimensione dell'uomo, come ambiente. Se l'uomo, invece di esserne il signore, si attacca alle cose per avere da loro sicurezza, ineluttabilmente verrà trascinato con le cose nel vortice del nulla, perdendo quella sicurezza che in esse ricercava. Da qui il tentativo di impadronirsi delle cose. Questo tentativo innesca una spirale che progressivamente soffoca l’uomo, in quanto l’impadronirsi delle cose non dà quella sicurezza che si cercava, per cui si entra nel cosiddetto consumismo, segno della disperazione dell’uomo che ha sbagliato il modo di ricercare le proprie sicurezze. Troviamo invece la vera sicurezza in ciò che rimane; per cui, solo avvicinando le cose nella liturgia di Dio, le possiamo accostare nella loro stabilità, in quanto fanno già parte della nuova creazione, ove la morte è stata definitivamente vinta e trionfa la vita entro cieli nuovi e nuova terra.

Da qui l'importanza che ha la libertà per ciascuno di noi, in quanto indica che stiamo usando nel modo giusto i nostri meccanismi psichici. "Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù" (Gal 5,1). Possiamo attuare questo monito di san Paolo solo nel contesto della verità, in quanto la libertà è figlia primogenita della verità. (Ecco l’uomo – 4 l’emotività).

 

 

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Zaccheo

Nell'immagine che i parroci del decanato ci hanno lasciato durante la benedizione delle case, sul retro si parla di Zaccheo...

Ebbene, approfondendo la figura di Zaccheo, si può dire che....................

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La sublimazione - di Don Carlo Colombo

LA SUBLIMAZIONE

La sublimazione è quel meccanismo psichico di difesa involontario ed automatico col quale l'individuo orienta gli impulsi inaccettabili verso modi di esprimersi accettabili per sé e per la società.

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La misericordia nella mistagogia

LA MISERICORDIA NELLA MISTAGOGIA

PREFAZIONE

Qualcuno potrebbe chiedersi quale legame ci possa essere tra l’Anno Santo della Misericordia e la catechesi mistagogica. Penso che la risposta venga data da Papa Francesco subito all’inizio della Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia. ........

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