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Riflessioni del mese di Novembre. Giobbe e la sofferenza

Giobbe e la sofferenza

 

GIOBBE. Un uomo che attraverso la sofferenza gradualmente arriva ad una nuova lettura di se stesso e della realtà. Un’attenta lettura, attraverso i monologhi e i dialoghi, ci presenta il confronto tra due fotografie, l’una prima della sofferenza, l’altra dopo; sarà dall’analisi di queste fotografie che potremo scoprire il lavoro della sofferenza sulla nostra persona e fino a che profondità arriva questo lavoro.

Che il cambiamento dei paradigmi di lettura di se stesso e della realtà in Giobbe sia profondo lo dice la sua affermazione finale: "Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono. Perciò mi ri­credo e ne provo pentimento su polvere e cenere" (Gb 42,5-6). Tenendo presente che la strada della sof­ferenza non è lineare, ma si sviluppa quasi a cerchi concentrici, per cui, mentre si fa un passo avanti, si ritorna sui passi precedenti, ne segue che è necessario saper leggere i segni dei cambiamenti per poterla individuare e seguire. Vediamo assieme la strada che percorre Giobbe.

Tutto il libro è il tentativo di presentarci, attraverso i dialoghi, questo sforzo di lettura che il sofferente fa di se stesso, della sua situazione e della realtà esterna a lui e perciò anche del suo rapporto con Dio. Lascio a voi la lettura analitica del libro, mentre io cercherò di mettere in evidenza i segni di questo cammino, così che ci aiuti a leggere i cammini di sofferenza dell'uomo d'oggi; quale possa essere la meta e per quali tappe è raggiungibile.

La prima tappa è data dalla reazione di Giobbe che si trova, senza causa apparente, immerso nella più profonda e assurda sofferenza; è la fase della ribellione. Perché dare la luce a un infelice e la vita a chi ha l'amarezza nel cuore, a quelli che aspettano la morte e non viene, che la cercano più di un tesoro? Non ho tranquillità, non ho requie, non ho riposo e viene il tormento! (Cfr Gb 3,1-26). Ci troviamo di fronte a un rifiuto che si av­vicina alla disperazione. Non è facile accettare un cambiamento della propria vita che ti porta a perdere tutto ciò di cui ti sentivi soddisfatto e, nello stesso tempo, vederti immobilizzato senza un futuro da­vanti agli occhi, per cui la mente è piena solo del ricordo struggente del passato e gli occhi del dramma presente. Il dramma è reso esasperato dalla sovrapposizione della sofferenza e del dolore; non si sa dove termini l’una e inizi l’altro. Il tutto dentro una tetra sensazione di ingiustizia e di assurdo.

Dopo la prima reazione di disorientamento subentra una specie di riflessione che cerca di rispondere alla domanda: Perché mi è capitato questo? Abbiamo un tentativo di razionalizzazione del fatto, per poterlo integrare nella sintesi della propria vita. "Volesse Dio schiacciarmi, stendere la mano e soppri­mermi! Ciò sarebbe per me un qualche conforto e gioirei, pur nell'angoscia senza pietà, per non aver rinnegato i decreti del Santo". La coscienza della propria giustizia incomincia a vacillare sotto la pres­sione della sofferenza. Nasce la richiesta di aiuto. "Istruitemi e allora io tacerò, fatemi conoscere in che cosa ho sbagliato". Tuttavia nessuno può opporsi a uno sfogo. "Ma io non terrò chiusa la mia bocca, parlerò nell'angoscia del mio spirito, mi lamenterò nell'amarezza del mio cuore! Perché non cancelli il mio peccato e non dimentichi la mia iniquità? Ben presto giacerò nella polvere, mi cercherai, ma più non sarò!" (Cfr Gb 6,2-7,21). Per chi è nella sofferenza non è facile rendersene conto e soprattutto poter attaccarsi a dei motivi che possano giustificare la situazione. Giobbe ci aiuta a capire quanto sia difficile lasciar morire una Coscienza dell’Io che è stata fonte di sicurezza per lunghi anni: è una sofferenza che si aggiunge alla sofferenza precedente.

Il ripiegarsi nel pessimismo conduce alla rivolta, in un vano tentativo di opposizione alla situazione per difendere quell'io che incomincia a sgretolarsi sotto i colpi dell'avversità. Nasce un moto di ribel­lione che, inizialmente rivolto verso Dio, passa a Giobbe stesso, ma nel medesimo tempo riemerge la consapevolezza della sua giustizia. "Ma io all'Onnipotente vorrei parlare, a Dio vorrei fare rimo­stranze. Voglio afferrare la mia carne con i denti e mettere sulle mie mani la mia vita. Mi uccida pure, non me ne dolgo; voglio solo difendere davanti a lui la mia condotta! Ecco, tutto ho preparato per il giudizio, son convinto che sarò dichiarato innocente". Se la sofferenza è una punizione, Giobbe si sente innocente; ne segue la domanda: "Quante sono le mie colpe e i miei peccati? Fammi conoscere il mio misfatto e il mio peccato". Conclude la propria difesa con una invocazione disperata. Se i suoi giorni sono contati, se il numero dei suoi mesi dipende da te, se hai fissato un termine che non può oltrepas­sare, distogli lo sguardo da lui e lascialo stare finché abbia compiuto, come un salariato, la sua giornata! (Cfr Gb 13,3-14,6). Siamo ormai dentro la dimensione dell’assurdo: non sappiamo più dove termina la fede e inizia la ribellione; dove termina la lamentela e inizia la bestemmia; dove si sta lottando contro Dio o contro se stessi. Possiamo dire che sono gli ultimi sussulti di una coscienza che si è dispersa, di una identità ormai inesistente, di una Coscienza dell’Io ormai paralizzata. Dopo la rivolta, ecco la stanchezza. Tutto sembra inutile, per cui nasce lo sco­raggiamento. Ci troviamo di fronte a una visione totalmente negativa della situazione. "Ora però egli m'ha spossato, fiaccato, tutto il mio vicinato mi è addosso. Me ne stavo tranquillo ed egli mi ha rovi­nato, mi ha afferrato per il collo e mi ha stritolato; ha fatto di me il suo bersaglio". In poche parole ci dice che ha raggiunto il limite oltre al quale non può andare. "Ho cucito un sacco sulla mia pelle e ho prostrato la fronte nella polvere. La mia faccia è rossa per il pianto e sulle mie palpebre v'è una fitta oscurità" (Cfr Gb 16,6-18). Ormai non possiamo più parlare di Coscienza dell’Io. Quando ormai tutto sembra finito abbiamo un barlume di speranza. Questo indica che il sofferente inizia a leggersi con nuovi schemi; comprende sotto una luce diversa il proprio io e le sue espressioni. "Ma ecco, fin d'ora il mio testimone è nei cieli, il mio mallevadore è lassù; poiché passano i miei anni contati e io me ne vado per una via senza ritorno" (Cfr Gb 16, 19-22). Se Giobbe non sa darsi una spiegazione, certamente c'è qualcuno che ha presente in un solo sguardo tutta la sua vita, quindi conosce anche il senso della sua sofferenza. Dalla speranza nascono i dubbi, che indicano questo sforzo di un nuovo schema di lettura di se stesso e quindi il sorgere di un nuovo filtro che porta a vedere la realtà in modo diverso. Siamo ancora agli inizi del cammino, per cui la lettura non è del tutto chiara, ma incomincia a prendere corpo.

La rilettura della realtà con i nuovi occhi porta a tentare una difesa di se stesso, quasi a voler ritornare nei propri schemi. "Esporrei davanti a lui la mia causa e avrei piene le labbra di ragioni. Allora un giusto discuterebbe con lui e io per sempre sarei assolto dal mio giudice. Poiché egli conosce la mia condotta, se mi prova al crogiuolo, come oro puro io ne esco" (Cfr Gb 23,3-12). In queste parole emerge il concetto della sofferenza come prova. Dopo, questo sfogo il sofferente quasi si rilassa: scopre che tutto ciò che è successo non è stato inutile, ha fatto di lui una nuova persona. E ora può leggersi con chiarezza. Abbiamo la riscoperta di se stesso e quindi un passo verso una sintesi nuova e più com­pleta. Questo uomo è maturato e in questa maturità ha coinvolto anche tutta la realtà che entra a far parte della sua vita. "Mi terrò saldo nella mia giustizia senza cedere, la mia coscienza non mi rimpro­vera nessuno dei miei giorni". Con la serenità ritrovata nasce la nostalgia e il desiderio di ricollegarsi con un passato che sembrava sepolto sotto la sofferenza e che invece incomincia a riemergere come l'erba una volta passati i rigori del gelo. Viene messa in evidenza l'identità del soggetto anche di fronte a situazioni che sembrano dirompenti. Dal momento in cui colui che soffre sa leggere se stesso nella realtà, si ritrova di nuovo collegato con quel passato che sembrava essere rinnegato dai fatti. "Oh, po­tessi tornare com'ero ai mesi di un tempo, ai giorni in cui Dio mi proteggeva, quando brillava la sua lucerna sopra il mio capo e alla sua luce camminavo in mezzo alle tenebre; com'ero ai giorni del mio autunno, quando Dio proteggeva la mia tenda, quando l'Onnipotente era ancora con me e i giovani mi stavano attorno. Mi ero rivestito di giustizia come di un vestimento; come mantello e turbante era la mia equità" (Cfr Gb 27,2-31,18). In questa scoperta di se stesso il sofferente avverte che è la stessa per­sona che, però, sa leggersi in modo più profondo e più completo, in quanto una esperienza vissuta lo ha portato ad aprire gli occhi per non accontentarsi di conoscere per sentito dire. (Ecco l’uomo. 1 Coscienza dell’Io).

 

a cura di don Carlo Colombo

Riflessioni per l'estate - n.9

Lavoro a puntate di Don Carlo Colombo per un anno .

Puntata n.9:

 

Nei mesi estivi

La comunicazione ***

La ragione per cui le persone interagiscono viene cercata a livello di interesse personale, spesso emo­zionale, e non attribuita a un accrescimento di conoscenza fredda. Viene così messa in evidenza la carat­teristica dell'affettività che è il sorgere di un interesse che coinvolge sentimenti, intelletto e volontà; come contrapposizione viene sottolineata la fredda conoscenza, che indica la mancanza di affettività, in quanto furono inibiti i sentimenti che fanno sì che la conoscenza muova la volontà. Ora, la fredda co­noscenza non accosta all'oggetto conosciuto, ma lascia nello stato apatico, per cui l'unico mezzo di co­municazione è la verbalizzazione di ciò che si è conosciuto. Ancora una volta ci troviamo di fronte al dramma della paranoia, creando dei rapporti fuori dall’effettività, fa sì che siano solo formali al punto da non riconoscere e distinguere la persona dal resto della realtà. Siamo di fronte ad una non comunicazione.

Negli esseri umani ciò che conta non è la probabilità di una notizia, ma la valutazione soggettiva di quanto quella notizia sia interessante. Ancora una volta viene sottolineato che la conoscenza senza i sentimenti non tocca in nessun modo la vita di una persona. Infatti i sentimenti sono una forte griglia selettiva, altrimenti la persona, travolta dal cumulo di sensazioni, sarebbe impossibilitata a fare delle scelte, per cui non riuscirebbe in alcun modo a comunicare, non permettendo alla sua affettività di esprimersi. In questo caso la notizia è l'altro nella sua realtà, che bussa alla porta della nostra vita per poter entrarvi in modo significativo. Ma, se l’altro è indifferente, il fatto di aprire la porta è considerato un disagio tale che si trova ogni scusa per non farlo. Ora, per il cristiano non esiste solo la simpatia o l’antipatia che tolgano l’altro dall’indifferenza; infatti noi sappiamo che sono dei linguaggi del corpo. Dicevo, per il cristiano ci sono altre fonti che rendono interessante la persona dell’altro, così che si apra la porta della comunicazione. In primo luogo il fatto di essere membra di un medesimo corpo in seguito ai Sacramenti ricevuti e alle celebrazioni liturgiche vissute; inoltre per la specifica volontà di Cristo di amare non solo gli amici, ma anche i nemici; ed infine per l’esigenza stessa dell’affettività, che è guidata dallo Spirito, a farci dono gratuito. Tutti questi elementi ci inclinano ad uscire dall’egocentrismo, conseguenza del peccato, per entrare in comunicazione con gli altri. Per il fatto che uno è uomo, il cristiano non può più considerarlo indifferente. (Ecco l’uomo – 5 l’affettività).

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Riflessioni per la quaresima: la liturgia - a cura di Don Carlo Colombo -

La liturgia

 

La liturgia è lo specchio dell'attività della Coscienza dell'Io. La liturgia in­fatti è un codice fatto di immagini che mette in comunicazione Dio con l'uomo, in quanto sono immagini che non solo significano, ma creano ciò che propongono................

 

in allegato.......

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Rilessioni per la quaresima - Libertà nella Verità - a cura di don Carlo Colombo

Libertà nella verità ***

La libertà consiste nel saper usare di fatto i doni di Dio in funzione del nostro perfezionamento e del bene degli altri senza creare dentro di noi una necessità; per cui la libertà si esprime come signoria su tutta la realtà, considerata non come un diritto, ma come un dono che ci è dato dall’amore del Padre. Qui possiamo anche capire perché Gesù ci presenta la libertà come conseguenza della verità. È la verità infatti che può dire il nostro rapporto con la realtà e la verità consiste nel riconoscere che tutto è dono di Dio. Possiamo allora comprendere come attraverso le diverse tappe, questo meccanismo psichico fondamentale ci fa in­contrare con la realtà e ci fa scoprire anche un nostro atteggiamento nei riguardi della realtà, cioè anche il nostro Io viene letto come realtà esterna alla Coscienza e quindi viene a far parte della realtà che è in confronto dialettico col nostro Io. Diventiamo consapevoli che, mentre ci confrontiamo con la realtà, facciamo parte della realtà, per cui, vedere la realtà come nemica, significa vedere anche noi stessi come nemici. Ci troviamo così di fronte alla libertà. La verità è la conformità dell'essere ideale all'essere reale; perciò, quando il mio modo di pensare e di accostare l'essere è adeguato all'essere stesso, sono nella verità; ma, nello stesso tempo, sono libero in quanto c'è un rapporto con la realtà ge­stito dalla mia coscienza, perciò buono. La libertà diventa l'espressione della raggiunta unità dell'essere nel concreto della nostra vita. Infatti, se usiamo nel giusto modo i nostri meccanismi psichici fondamentali, non abbiamo delle insicurezze da superare e dei vuoti da riempire, per cui avremo la padronanza di noi stessi e della realtà: saremo veramente liberi, in quanto signori della realtà e perciò anche di noi stessi. Per comprendere questo discorso fermiamo la nostra attenzione su ciò che ci dice Gesù stesso. Nel capo ottavo del Vangelo secondo Giovanni Gesù ci presenta la libertà nelle sue varie sfuma­ture. Dopo averci detto che deriva dal possesso della verità che è la Parola stessa, la contrappone alla schiavitù che è frutto del peccato. Non possiamo dimenticare che la Parola è Gesù stesso; lui infatti si è definito la verità. Noi infatti sappiamo che la libertà consiste nel rapporto con le Persone della santissima Trinità che ci inserisce nelle caratteristiche dell’essere, togliendoci dalla schiavitù che ci siamo creati col peccato. Gesù passa poi a illustrare le conseguenze della libertà: mentre lo schiavo vive nella insicurezza, in quanto non fa parte della famiglia, il libero, proprio perché è figlio, ha tutte le certezze, perciò non ha bisogno di attaccarsi alle cose e per questo sa usare in modo adeguato il meccanismo psichico fondamentale della emotività. Chiude il cerchio affermando che colui che è libero è da Dio, per cui ascolta la parola di Dio (Cfr Gv 8,31-59). Veniamo così inseriti in una spirale che ci porta a rendere sempre più completa la nostra li­bertà e, di conseguenza, anche il nostro rapporto con la realtà. Possiamo così concludere come in questo lungo dialogo, Gesù non solo ci dice che cosa sia la libertà, ma dimostra di essere libero da ogni condizio­namento. Nello stesso tempo ci aiuta a leggere la nostra libertà nelle immagini della liturgia di Dio. In­fatti solo chi si inserisce nell'oggi di Dio, non ha bisogno di attaccarsi alle cose per non lasciarsi trasci­nare dalla corrente del tempo. Le cose, nella loro relatività e nel loro limite, sono destinate a mutare e a svanire, in quanto sono in funzione dell'uomo e della sua realizzazione. Il valore della cosa sta nell'es­sere dimensione dell'uomo, come ambiente. Se l'uomo, invece di esserne il signore, si attacca alle cose per avere da loro sicurezza, ineluttabilmente verrà trascinato con le cose nel vortice del nulla, perdendo quella sicurezza che in esse ricercava. Da qui il tentativo di impadronirsi delle cose. Questo tentativo innesca una spirale che progressivamente soffoca l’uomo, in quanto l’impadronirsi delle cose non dà quella sicurezza che si cercava, per cui si entra nel cosiddetto consumismo, segno della disperazione dell’uomo che ha sbagliato il modo di ricercare le proprie sicurezze. Troviamo invece la vera sicurezza in ciò che rimane; per cui, solo avvicinando le cose nella liturgia di Dio, le possiamo accostare nella loro stabilità, in quanto fanno già parte della nuova creazione, ove la morte è stata definitivamente vinta e trionfa la vita entro cieli nuovi e nuova terra.

Da qui l'importanza che ha la libertà per ciascuno di noi, in quanto indica che stiamo usando nel modo giusto i nostri meccanismi psichici. "Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù" (Gal 5,1). Possiamo attuare questo monito di san Paolo solo nel contesto della verità, in quanto la libertà è figlia primogenita della verità. (Ecco l’uomo – 4 l’emotività).

 

 

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Zaccheo

Nell'immagine che i parroci del decanato ci hanno lasciato durante la benedizione delle case, sul retro si parla di Zaccheo...

Ebbene, approfondendo la figura di Zaccheo, si può dire che....................

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La sublimazione - di Don Carlo Colombo

LA SUBLIMAZIONE

La sublimazione è quel meccanismo psichico di difesa involontario ed automatico col quale l'individuo orienta gli impulsi inaccettabili verso modi di esprimersi accettabili per sé e per la società.

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La misericordia nella mistagogia

LA MISERICORDIA NELLA MISTAGOGIA

PREFAZIONE

Qualcuno potrebbe chiedersi quale legame ci possa essere tra l’Anno Santo della Misericordia e la catechesi mistagogica. Penso che la risposta venga data da Papa Francesco subito all’inizio della Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia. ........

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Kerygma mistagogia

Pubblichiamo il nuovo lavoro di Don Carlo colombo 

CATECHESI KERYGMA MISTAGOGIA

Evangelii gaudium numeri 163-168

Nuova Antropologia - Volume decimo e ultimo -----

COLOMBO DON CARLO

NUOVA

ANTROPOLOGIA

DALLA RIELABORAZIONE DELLA

ESORTAZIONE APOSTOLICA

EVANGELII GAUDIUM

DI PAPA FRANCESCO

VOLUME DECIMO

AMBIENTE NELLA NUOVA ANTROPOLOGIA

BODIO LOMNAGO

OTTOBRE 2015

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